Per il Mazzini il senso riposto dell'opuscolo è quello di una astuta manovra dei governi di Francia e di Piemonte allo scopo di addormentare con lenitivi la rivoluzione, «di scongiurarne il pericolo, frapporre argini nuovi al torrente, sviare le menti dal segno»;[220] ma per l'Hübner è peggio: questo opuscolo anonimo, attribuito all'Imperatore, è indegno. L'ha letto e ne ha riso amaramente: «L'autore annunzia che Napoleone continuerà la politica di Dante, del Petrarca e di Enrico IV. Io non ho mai letto niente di più assurdo, di più povero di argomenti, di più destituito di logica». Corre dal Walewski e gli dice: «Al vostro posto sconfesserei l'opuscolo e sosterrei in faccia a tutti che l'Imperatore ne è estraneo affatto!» Ed è quello che ha fatto il Walewski «con quella sua faccia di bronzo». Ha messo la mano sul cuore; ha detto che l'Imperatore è estraneo completamente a quella stampa![221]

In Parigi, «furore negli uni, entusiasmo in pochi altri: in generale non si giudica la questione che dal punto del rialzo o del ribasso dei valori. Il Papa? la liberazione di un popolo? la preponderanza della Francia al di là delle Alpi? che cosa possono contare tutte queste fanfaluche per la massa dei droghieri e della gente di Borsa?» Così il Rendu: ma poi aggiunge con orgoglio francese: «Tutto ciò, e peggio, sarebbe avvenuto in ogni altro paese, dove non è costume di fare la guerra per amore di un'idea». Tre ministri dissero forte: «L'Imperatore vuole la guerra, ma il suo governo vuole la pace». «Il signor Delangle si distinse per una irritazione ardente. Egli ha segnato i passi che intende denunciare come criminali». «Evvia, buona gente — prosegue il Rendu — calma! Fate buon cuore contro mala fortuna, giacchè voi siete meno gentuccia di casa che non ne avete l'aspetto! Quando la partita sarà incominciata, ben mi par di vedervi mettere il vostro berretto alla sgherra, agitar la fiaccola al vento e vi sento intonare la «Marsigliese» per la Francia e per l'Italia».

Cara e nobile terra di Francia! L'orgoglioso tuo motto, «gesta Dei per Francos», ha nella storia alcuna conferma. E qual colpa è la tua, o Francia, se noi, costretti a muoverci nella tua orbita, così male ci movemmo? Parigi, «la ville la plus insouciante de l'infortune et la plus moqueuse du monde»,[222] consacrò col suo entusiasmo la partenza dell'Imperatore per la guerra d'Italia, e il suo viaggio sino all'imbarco di Marsiglia fu tutto un trionfo.[223]

E in verità anche i nostri libri italiani parlano concordemente di questo entusiasmo e di questo trionfo; ma sarà necessario tuttavia meditare su ciò che scrive dal punto di vista francese, il De La Gorge nell'opera sua magistrale sul «Secondo Impero». Passando l'Imperatore per via Saint-Antoine, piazza della Bastiglia e via di Lyon, quel fanatismo popolare per la guerra «si sarebbe detto manifestazione d'una specie di impero democratico, uscito dalla rivoluzione, vivente per mezzo di lei, non sussistente che a patto di propagarla e servirla. Donne, bambini, premendo il corteggio ed insinuandosi fin sotto i cavalli delle cento guardie, interpellavano l'Imperatore con una famigliarità ardente, assicurando che essi custodirebbero fedelmente l'Imperatrice e suo figlio, e che poteva partire in pace perchè il turbolento sobborgo, artefice di ogni sommossa, prometteva di restare calmo. E in verità tutta questa gente non s'ingannava punto nei suoi calcoli istintivi e non falliva nelle sue acclamazioni. A quale scopo le sedizioni, le barricate, gli attentati, i complotti? L'Imperatore oramai andava a minare da sè stesso, lentamente ma sicuramente, il trono al quale un'incredibile fortuna lo aveva innalzato».[224]

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Il giorno 7 febbraio grande attesa in Parigi del discorso dell'Imperatore, giacchè indubbiamente ne sarebbe uscita o la pace o la guerra: non ne uscì che un responso ambiguo; come tanti altri che erano del suo stile e consolidarono la sua reputazione di astutissimo; ma erano anche un riflesso dell'animo e dello stato ambiguo delle cose. Dopo aver vantato la sua politica di pace, non nascondeva alcune nuvolette dalla parte di Vienna; ma egli sperava che lo zeffiro della conciliazione le avrebbe dissipate. Quanto a lui, sarebbe rimasto «tetragono» nella via segnata dai soliti principî, oramai consumati e pur sempre rimessi a nuovo, anche dai non imperatori, «dal diritto, dalla giustizia, dall'onore nazionale»; ed accertava che la politica del suo governo non sarebbe stata «nè provocatrice nè pusillanime».

In una lettera (9 febbraio) del signor Doudan al principe di Broglie, è fatto del discorso questo commento: «Tutto, probabilmente, è in equilibrio davanti agli occhi dell'Imperatore, ma il soffio di una parola, ragionevole o irragionevole, determinerà la decisione di questo uomo, abbandonato, senza consiglio e senza controllo, alle sollecitazioni più complicate e più contradditorie».[225]

Dall'Inghilterra, in fatti, per bocca della regina Vittoria era venuto tre giorni prima del discorso il «soffio» di questo dilemma: «la Maestà Imperiale di Francia è avvertita dell'occasione che gli si presentava di ascoltare la voce della umanità e della giustizia, e quindi calmare le apprensioni dell'Europa, ristabilendo la fede in una politica pacifica; ovvero dando ascolto a quelli che hanno interesse a creare della confusione (leggasi Cavour), gettare l'Europa in una guerra, di cui la durata e l'estensione non è facile prevedere».

A questo conviene aggiungere che anche il governo di Pietroburgo cercava adesso di vendere bene il suo acconsentimento alla guerra, mettendo alcune condizioni: cioè, che molte clausole umilianti per la Russia, inserite nel trattato di Parigi, venissero modificate; e specialmente che le fiamme della nazionalità, che si stavano per agitare in Italia, non lambissero gli edifici della Polonia. (I cosacchi battono ancora, infatti, le loro lance su le vie di Varsavia).