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Nella discussione del 9 febbraio e seguenti alla Camera subalpina, sul progetto di legge del prestito dei 50 milioni, si ebbero 116 voti favorevoli e 35 contrari; al Senato, 59 favorevoli e 7 contrari. Notevoli i discorsi dei due oppositori: il conte Solaro della Margherita, nemico della politica italiana del Cavour; del marchese Costa de Beauregard; del Genina, professore di diritto publico nella Università di Torino; e dissero cose indubbiamente vere, di cui il concetto fondamentale era questo: cioè che provocatore era il Piemonte non l'Austria. Ma ad una verità è talora possibile opporre un'altra verità più vera, ed è quello che il Manzoni osserva quando dice a proposito di Renzo che invade la casa di don Abbondio: «In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo che strepitava di notte in casa altrui, che vi si era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore; eppure, alla fine de' fatti, era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a' fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo.... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo».
Felice, perchè sicuro, il Cavour quando al Genina che gli chiedeva una «dichiarazione esplicita di ciò che intendesse egli per aggressione», risponde che vi sono offese ed offese, appunto ciò che dice il Manzoni; e che non «intende fare un corso di diritto publico per stabilire che cosa siano le offese». Abile, ma necessariamente vaga, la sua risposta alla commossa e stringente perorazione del deputato savoiardo Costa, il quale accennava al disonore, al danno, all'oltraggio del Piemonte, smembrato dalla devota Savoia, quando «le aquile di Francia stenderanno il loro volo temuto sul Moncenisio!»[226] Insinuanti, e c'era il suo perchè, le parole rivolte all'Inghilterra, dicendo che presso «quella generosa nazione la causa della giustizia e della verità finisce sempre per trionfare», che «l'illustre uomo di Stato il quale siede a capo dei consigli della Corona, che ebbe la gran ventura di associare il suo nome alla causa della emancipazione dei negri, non vorrà finire la sua luminosa carriera rendendosi complice di coloro che vorrebbero condannare gli Italiani ad una eterna servitù».
Ma l'illustre lord Derby in quel momento pare che persistesse nell'opinione contraria. Giacchè è da sapere che il conte Walewski, gran signore, gran mondano (i balli da lui offerti alla società parigina e al gran mondo delle Tuileries rimasero per lungo tempo famosi), fu una delle più singolari figure del Secondo Impero, e su la folla spensierata e gaudente della corte napoleonica, si distacca, non solo per certo austero disdegno e per amore ai buoni studi e alle arti, ma anche per essere stato spiacente a quei ciechi e retrivi che finirono per avvolgere il monarca nelle loro spire. Era carissimo all'Imperatore, il quale gli doveva non poca riconoscenza per aver egli, come ambasciatore di Francia in Inghilterra e bene accetto a quella Corte, reso pacati o benevoli al nuovo impero coloro, a cui il solo nome di Napoleone eccitava il sospetto. Ma anche per altra ragione lo aveva caro: nato in Polonia da una contessa Maria Walewska, gli era dato per padre Napoleone I, e certo il volto ne portava il suggello ben manifesto. Presiedette il congresso di Parigi dopo la guerra di Crimea; cercò di attrarre il Thiers nell'orbita del nuovo impero; e, nell'anno in cui siamo, reggeva il ministero degli affari esteri. Ma con tutto questo non condivideva le idee (i Francesi dicono le rêve) del suo Signore riguardo all'Italia; e bene ostinatamente, giacchè l'ombra crescente dell'Italia e il decrescere dell'Austria appariva a lui come un pericolo per l'Impero: pericolo facile a distruggere finchè fosse piccolo, ma difficile a scongiurare in un prossimo domani. Egli era adunque, un nemico dichiarato dell'alleanza con Vittorio Emanuele; nemico del Cavour e del conte Costantino Nigra, il quale era altrettanto maturo di vigilante e fredda prudenza quanto adorno delle più rare seduzioni della gioventù, non esclusa l'arte e l'ingegno. Non per giuoco del caso o della fortuna il conte Nigra si trovava alla corte di Francia in quell'anno: nemico, si intende, come è possibile essere nemici tra diplomatici e gente di tanta mondanità. Al congresso di Parigi il Walewski aveva avuto occasione di conoscere il Cavour, quando, difendendo egli i diritti dell'Austria, si sentì rispondere «con molto foco» da quel piccolo ministro: «io vi assicuro che se avessi 180 000 uomini a mia disposizione, farei immediatamente la guerra all'Austria».[227]
Per bene intendere la condotta del Walewski, conviene porre mente che egli — e così fu degli altri ministri — non conosceva della politica dell'Imperatore se non quanto a costui pareva di dover comunicare o che si appalesava dai fatti. Per ciò poi che concerne la politica italiana, non avendo il Walewski nè la prevenzione anti-austriaca nè l'affetto all'Italia che costantemente nutrì Napoleone, si studiò per quanto gli fu possibile, di attraversare, intralciare, protestare contro quei piani segreti che tendevano alla guerra. L'espressione napoleonica che lo statu quo non poteva più essere mantenuto tanto nell'interesse dell'Italia che dell'Impero, era vera soltanto per ciò che concerneva l'Italia. Per ciò che concerneva l'Impero, per il Walewski, per il Thiers, per Drouyn de Lhuys, ecc., era piuttosto vero il contrario. Questa cosa indubbiamente offende il nostro sentimento italiano; ma movendo da considerazioni di fatto e di utile, come sempre è avvenuto in politica, bisogna pur ricordare che sino dai tempi di Richelieu e di Luigi XIV la Francia, pur con enorme sacrificio di sangue e di denaro, a questo era riuscita, cioè ad ottenere la sicurezza dei propri confini, impedendo che uno Stato troppo potente la minacciasse sul Reno, sulle Alpi, sui Pirenei. Questo stato di cose non subì turbamento nè meno dopo Lipsia e dopo Waterloo. Ora dopo la pace di Villafranca, vide la Francia sorgere al di là delle Alpi un nuovo grande Stato, quello d'Italia, favorito allora in sul suo nascere dall'Inghilterra e dalla Prussia, e ciò per le loro mire segrete che non tardarono molto ad appalesarsi: dopo il trattato di Praga, che pone fine alla guerra del '66 tra Prussia ed Austria, vide la Germania accamparsi, unita, guerriera nemica, ai confini orientali del Reno. La nota espressione dell'Imperatore, riferita agli Stati della penisola balcanica, che la Francia «ha interessi dovunque esiste una causa giusta e civilizzatrice da far prevalere», è mirabile, ma degna più di quell'autentico fra gli eroi, che fu Don Chisciotte, che di un reggitore di popoli. Poteva l'uomo del 2 decembre essere creduto? poteva farne applicazione compiuta? Ora pensando all'affetto che il Walewski nutriva per Napoleone, si comprende come quel ministro si studiasse che le aspirazioni italiane dell'Imperatore non uscissero dal campo diplomatico, che l'affetto per l'Italia rimanesse un semplice amore platonico. Da questo contrasto risultarono quelle innumerevoli contraddizioni, che verremo in parte ricordando; le quali contribuirono a far passare sempre più Napoleone per un simulatore e un ipocrita raffinatissimo e profondo.
Dunque il conte Walewski esponeva il 16 febbraio all'ambasciatore inglese lord Cowley, queste cose in nome di Napoleone, cioè che «se un migliore assetto si fosse dato agli Stati della Chiesa, se fosse stato possibile indurre l'Austria a mitigare il suo modo di governo in Italia, la cosa avrebbe fatto eccellente impressione in Italia, ed i buoni rapporti fra l'Austria e la Francia si sarebbero ristabiliti».
Ma noi diciamo che a noi, invece, questi pannicelli caldi avrebbero fatto pessima impressione e che con questi conti e lordi, dai nomi così difficili, non vogliamo avere a che fare. Ciò può anche essere bene; ma non è meno vero che il 18 febbraio lord Malmesbury, sperando per tale mezzo di evitare la guerra, incaricava sir Hudson di sentire il conte di Cavour quali, secondo lui, sarebbero stati i miglioramenti più opportuni da introdurre negli Stati d'Italia, soggetti all'Austria ed al Papa.
Il dispaccio del ministro inglese non pare che peccasse per eccessiva gentilezza come risulta dalla lettera del Cavour al marchese Emanuele D'Azeglio, in data del 18 febbraio. Tuttavia ringrazia il ministro inglese per mezzo dell'Hudson, della sua sollecitudine per le cose d'Italia: le riforme che si domandano sono semplici, «il permesso agli Italiani delle Legazioni e della Lombardia di vivere». Ma per più nettamente determinare, occorrerà scrivere un «memorandum»; e per scrivere un «memorandum», occorrerà che la domanda fatta a voce, sia ripetuta per iscritto, affinchè la cosa sia in tutta regola sottoposta ai ministri ed al Re. Il Cavour a scanso di mala interpretazione tuttavia lo avverte che, «se lui fosse morto in quella stessa notte, la questione d'Italia sarebbe rimasta la medesima»; e questa cosa per noi è vera come era verissima per il Mazzini,[228] ma è anche vero che la diplomazia senza quell'impaccio del Cavour pareva disposta, a dare alla questione italiana una liquidazione più semplice e meno morale. Nel tempo stesso che queste cose sono comunicate a Londra, Massimo d'Azeglio, «autore e padre» fra quegli alteri isolani «della questione italiana»,[229] aveva dal Cavour la missione di portare il collare dell'Annunziata a Roma al principe di Galles. Anche questo collare può sembrare superfluo; ma in tutti i tempi passati i perni su cui si mossero gli uomini, furono costituiti da più piccole cose che non si creda. Ciò è sventuratamente anche oggi e lo sarà forse anche domani.
Tuttavia il «memorandum» e compilato il primo di marzo, ma nel senso di provare che quelli erano proprio pannicelli caldi, cioè che la diplomazia era impotente a curare le piaghe ond'era travagliata la nostra patria, cioè che occorreva il rimedio caustico della guerra. Così affermava, in pieno accordo col Mazzini almeno in questo, il Cavour, nel cui animo non pare che sino allora fossero entrati seri dubbi sull'aiuto di Napoleone, e spiegava con le necessità della politica l'acconsentimento che lord Cowley si recasse a Vienna apportatore e consigliere di riforme e di pace, nel modo stesso che l'Hudson era intimatore di pazienza in Torino. «Ne vous inquietez pas: ceci n'aboutira à rien», aveva detto l'Imperatore al Nigra.
Così fra «difficoltà politiche, maggiori di quanto si calcolava», ma «non sgomentato, e fiducioso nel trionfo della buona causa»,[230] procede l'opera del Cavour con un'attività mirabile, la quale non si duole degli impedimenti, ma soltanto della mancanza di attività e di sicurezza nei suoi collaboratori. Trova tempo a tutto anche a dare ascolto a chi lo sveglia di notte per comunicargli progetti di esplodenti fantastici da «esterminare tutti i nemici d'Italia»;[231] si sdegna o si impazienta talora, ma è il primo a chiedere scusa; ma si dichiara disposto «a mettere sotto i piedi ogni suscettibilità personale», purchè la cosa proceda. I suoi collaboratori sono per la più parte dei giovani, trovati da lui, fuori delle linee morte della burocrazia, Nigra che è «il suo vero rappresentante a Parigi con gran dolore dell'ambasciatore di Villamarina»,[232] Emilio Dandolo, l'eroico, che ha visto gli amici e il fratello spenti sotto Roma del '49 dal piombo francese e domanda — glielo vietò la morte, come dicemmo — di combattere accanto ai Francesi per la redenzione d'Italia; Emilio Visconti-Venosta, sottratto dall'orbita mazziniana; Minghetti, La Farina, Farini.... Se è lecito dire, è il suo un mazzinianismo pratico e se vuolsi opportunista e con pochi scrupoli, ma lo dichiara allegramente «egli è libero di mettere a repentaglio la salute della sua anima, per salvare la patria»;[233] e si comprende che quando il Mazzini gli scrive «tra noi e voi corre un abisso»,[234] egli si accontenti di dire che il Mazzini non è per lui che un nemico politico; in questo senso, che egli non spingerà certamente Vittorio Emanuele a proclamare la republica, ma se potrà, obbligherà i republicani ad accettare la monarchia.