Subito dopo il colloquio di Plombières aveva fatto venire a sè il Dandolo e il conte Cesare Giulini, milanesi; al primo aveva affidato l'incarico «di intendersi coi giovani di maggiore autorità in Milano, con quelli soprattutto che avevano avuto dei rapporti con le società mazziniane»; col secondo aveva ventilato il progetto che i signori proprietari di Lombardia nella primavera del prossimo anno gli mandassero in Piemonte i contadini che dovevano fare il servizio militare sotto l'Austria. «Se venissero io li accolgo nei reggimenti piemontesi. L'Austria mi chiederà l'estradizione o il loro disarmo: io rifiuterò; l'esercito austriaco allora invaderà il Piemonte».[235]
Non furono i contadini coscritti; furono i volontari (cittadinanza, nobiltà, artigianato, in parte) che vennero. La provocazione all'Austria, benchè di minor grado, non fallì, come vedremo; ma il fatto deve essere rilevato: esso spiega molto bene anche la causa perchè fallirono i vari moti mazziniani. È opera del Cavour fra difficoltà e sospetti, esterni ed interni, la formazione del corpo dei volontari con Garibaldi, opera più che militare, politica di cui più tardi il Cavour rivendicherà a sè il merito e del cui effetto morale un riflesso ben lucido è in queste parole del Mazzini del 15 maggio: «il moto toscano, l'agitazione universale e il campo dei volontari oltrepassano il cerchio dell'opera dei faccendieri: sono palpiti della nazione».[236] Il Mazzini dice tutto questo «moto spontaneo»; ma il gran «faccendiere» ci entrò per molta parte. Sopratutto è del Cavour l'azione attiva a preparare il movimento di annessione nei ducati e nelle legazioni, quel movimento che sorprenderà Napoleone III dopo Villafranca: preparazione morale e preparazione di armi, con unità di imperio; ma nessuna dimostrazione di piazza, nessun moto incomposto, non governi provvisori per ora «ed altre sciocchezze ad uso 1848».[237]
Tutto l'apparecchio di manovra dev'essere nella mano calma di lui, che conosce mirabilmente il limite dell'audacia. A lui spetta la provocazione: essa non deve apparire; provocatrice deve apparire l'Austria. Non ci crede lord Malmesbury? mandi «un ufficiale che goda della sua confidenza, e gli sarà facile verificare da quale parte stiano le provocazioni e le minacce».[238]
E v'è qualcosa di mirabilmente lieto in tanta sicurezza d'azione. Tolgo vari passi dalla corrispondenza di quel febbraio e di quei primi giorni del marzo: «Ottime notizie dalle Marche, dai Ducati, dalla Toscana. La concordia si stabilisce da per tutto. Tutti sentono il bisogno e il dovere di unirsi alla Casa di Savoia; e la casa di Savoia farà il suo dovere, come confidiamo. In Lombardia lo spirito pubblico è eccellente. Alle frontiere i coscritti arrivano a centinaia. A Napoli si cominciano a risvegliare: è meglio tardi che mai. Di Modena e di Parma oramai siamo sicuri. Alcuni giovani venuti qui, negano di entrare nell'esercito, affermando che sono stati ingannati, che credevano di entrare nei corpi volontari, etc., etc. Questo inconveniente bisogna evitarlo ad ogni costo. Il numero dei volontari alla guerra è considerevolissimo: s'avvicina ai 3000.... Si contano fra essi i figli delle prime famiglie di Lombardia: mi limito a citarvi il duca Visconti e i suoi due fratelli, un Melzi, cugino del duca, un Taverna, un Dal Verme, un Litta: ieri poi (10 marzo) con nostro grande stupore abbiamo visto arrivare il figlio del Podestà di Milano, conte Sebregondi, devotissimo all'Austria.... Questi fatti dovrebbero provare a lord Derby che non è del tutto nel vero quando parla della felicità dei lombardi-veneti». (L'Austria, come è noto, li chiamava con l'epiteto ornativo di «felici sudditi»). «Mi si scrive da Roma che il Papa, spaventato dai Cardinali, protesta di non aver mai detto che egli aveva forze bastevoli per mantener l'ordine, che egli conta esclusivamente sulla Provvidenza». (Il Chiala fa qui seguire dei puntini. Peccato, perchè qui «provvidenza» pare sinonimo di «Austria»). «Il governo è deciso di adoperare tutte le forze vive che l'Italia racchiude. Ma appunto, per non rinnovare gli errori del '48, conviene conciliare l'audacia colla prudenza: gli impazienti devono avvertire che la questione italiana, essendo divenuta questione europea, bisogna non perdere di vista l'effetto che i nostri atti producono all'estero. Camminiamo d'accordo con Garibaldi, che dimostra un senno politico maggiore di ogni elogio....» (Veramente era Garibaldi, che per amor di patria camminava d'accordo col Cavour, fra il dileggio dei mazziniani). «Il governo non chiede a nessuno i suoi antecedenti politici, purchè siano scevri da ogni macchia di onestà. Ma se fa astrazione dal passato, non ammette discussione sul presente». Il che in lingua povera vuol dire, chi accorre in Piemonte, accetta la monarchia.
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Fu su la fine del febbraio, quando lord Cowley annunciava il suo arrivo in Vienna, che il conte di Cavour s'abboccò con Garibaldi, il pirata, come lo definiva l'Hübner[239] senza degnarsi di scriverne il nome, venuto dal mare; e cominciò con le parole: «Ebbene, Generale, il giorno così lungamente atteso, è arrivato. La pazienza del conte di Buol sta per finire (e conviene dire che il calcolo della sua resistenza era studiato dal Cavour da buon matematico). Noi abbiamo bisogno di voi!» ed è così ben detto che può parere simbolico.[240] Ed è appunto il 4 di marzo, due giorni dopo il colloquio con Garibaldi, che Cavour offriva un banchetto in onore di Guglielmo Gladstone, molto benemerito dell'Italia; ma sopra tutto era inglese, e in quel momento il Cavour non lasciava passare un'occasione per tentare di commuovere la fibra di quel popolo d'oltre mare.
Naturalmente al banchetto non poteva mancare sir Hudson. A noi farà dispiacere che mancasse Garibaldi. Altro che mancare! Garibaldi quel giorno in Torino doveva «far capolino, comparire e non comparire»,[241] appunto per non dar sospetto a sir Hudson e compagni. In quel banchetto riferisce sir Hudson a lord Malmesbury, «Sua Eccellenza (il Cavour) disse di aver appreso con stupore che, mentre lord Cowley compiva una missione di pace, l'Austria avesse determinato di mettere il suo esercito d'Italia sul piede di guerra; e mostrò rammaricarsene tanto più, in quanto che l'Austria costringeva così il Piemonte a chiamare sotto le armi i suoi contingenti».[242]
Questi ragionamenti se potevano persuadere sir Hudson o lasciare in dubbio il gabinetto di Londra; non persuadevano il governo austriaco nè gli toglievano alcuno dei dubbi sulla guerra voluta dalla Francia. La pace? Ma l'Austria l'aveva offerta la pace a suo modo cioè con malo modo e nei limiti consentiti dalla sua politica, quando venne in Milano l'Imperatore Francesco Giuseppe e gli fu fatto l'affronto di un balcone adorno di pelle di tigre; quando mandò governatore il fratello dell'Imperatore, l'arciduca Massimiliano, e ne impedì o inceppò il programma di riforme. Errò manifestamente l'Austria nel credere alla risoluzione assoluta della guerra da parte di Napoleone III, ma in questo errore fu probabilmente indotta dalla politica del Cavour. Tale politica non era spiegabile se non col desiderio di correre al suicidio o con la certezza di avere alle spalle l'aiuto di Francia. Il Cavour certamente era disposto, e lo vedremo, a pagar di persona anche col suicidio; non risulta che intendesse far correre simile alea alla monarchia.
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Il giorno dopo quel pranzo a lord Gladstone improvvisamente le cose mutano. Nel giornale ufficiale di Napoleone, compare il 4 marzo una nota dove era questa dichiarazione esplicita: «l'Imperatore ha promesso al re di Sardegna di difenderlo contro ogni atto aggressivo dell'Austria. Egli non ha promesso nulla di più, e si sa che egli manterrà la sua parola». Il principe Napoleone dava in segno di protesta le sue dimissioni dall'ufficio di ministro delle Colonie; e l'Imperatore le accettava e le faceva annunciare sul «Monitore».