Poco dopo ecco compare sir Hudson, ben felice di poter dare al Cavour una lieta novella. Non se ne era parlato al pranzo in onore di Gladstone? La missione di lord Cowley a Vienna è andata splendidamente. L'Austria non ha intenzione di aggredire il Piemonte. Deve essere contenta Sua Eccellenza! E allora cominciamo il disarmo. Col disarmo Sua Eccellenza potrà dimostrare la sincerità delle pacifiche intenzioni del suo alleato, l'Imperatore di Francia.
Fiere lettere scrive intanto il Walewski all'ambasciatore francese in Torino al fine di paralizzare l'opera del Cavour, atterrirlo, distoglierlo dall'idea della guerra. Infine altro mutamento di scena: la questione d'Italia sarà sottoposta ad un congresso delle grandi potenze d'Europa, escluso il Piemonte.
Quando queste cose furono note, il Mazzini scrisse: «L'uomo del 2 dicembre indietreggia. La delusione comincia. La cupa energia che Luigi Napoleone mostrò nel colpo di Stato, scema e infiacchisce intorno al problema di guerra. È natura di uomini siffatti. Si trattava allora di conquistare il potere: si tratta ora d'avventurarlo. Tra la minaccia d'una coalizione avversa, da un lato, e la espressione unanime, tranne l'esercito, della Francia contro la guerra, dall'altro, Luigi Napoleone dubita, retrocede». E ancora: «La penultima nota del «Monitore», l'ultima concernente la Germania, la dimissione di Napoleone Bonaparte, l'accettazione della proposta russa, sono fatti incontrovertibili, che la menzogna e la credulità possono interpretare a lor posta, ma che dànno caratteri d'evidenza a ciò che affermiamo. L'opinione della Francia, tranne l'esercito, è avversa alla guerra. Le relazioni dei Prefetti, le relazioni dei commissari speciali inviati da Napoleone nelle provincie, quella dei capi della gendarmeria, il silenzio di Parigi all'arrivo di Napoleone Bonaparte e della principessa Clotilde, la dichiarazione della commissione finanziaria del Consesso Legislativo, l'opinione dei ministri imperiali, che non è se non il riflesso dell'opinione pubblica, sono altri fatti incontrovertibili».[243]
L'effetto in Torino della nota del «Monitore» è bene rispecchiato in queste poche parole del Guerrazzi ad un suo amico: «Ora ogni cosa va in isconquasso. La nota famosa del «Monitore» ha fatto perdere la notte a più di un ministro».[244] Ciò è vero, come è vero che la natura umana è così fatta, anche nei migliori, che gode del male del nemico anche se ne ha danno essa stessa. Fu perduto il sonno, ma non la testa. Vittorio Emanuele scrive a Napoleone che la Casa di Savoia conosceva le vie dell'esiglio, non quella del disonore. Se l'Imperatore mancherà alla promessa, il Re abdicherà. «Costretto a rinunciare al trono de' miei avi, i riguardi che io devo a me stesso, alla reputazione della mia casa, alla prosperità del mio paese, m'imporrebbero di rendere note al mondo le ragioni che mi hanno indotto a compiere un simile sacrificio». Di quest'arma si varrà fra poco il Cavour a Parigi; si può supporre quindi che tale minaccia di svelare, debitamente documentato, tutto il piano della cospirazione di Plombières, fosse dal Cavour consigliata al suo Re; e per le condizioni di cose e d'animo di Napoleone, fosse dal Cavour giudicata arma formidabile. Quanto poi ad abdicare al trono, il colloquio fra il Re e il suo ministro dopo Villafranca, induce a dubitare se questa prima fiera minaccia sarebbe stata mantenuta.
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Telegrafa il Cavour al Villamarina che «manderà nella notte» (18 marzo) «un dispaccio al Principe Napoleone, che la notizia del congresso produrrà un effetto disastroso nel Lombardo-Veneto, se il Piemonte n'è escluso. Io sarei forzato a dare le mie dimissioni: fate identica dichiarazione al conte Walewski....». Altro dispaccio del 20 allo stesso Villamarina: «Dite al Nigra che riceverà domani una lettera per l'Imperatore: procuri di presentarla lui stesso. Gli parli con energia. Gli dica che il conte Walewski ha scritto al ministro di Francia in modo da scoraggiarci o da spingerci ad un atto disperato!»
Certo prevede che se il congresso si avvererà, e mancherà l'unica soluzione che è la guerra, «l'Italia diverrà preda delle passioni rivoluzionarie, e il partito moderato sparirà non solo dalle regioni del potere, ma dalla scena politica».[245] Ma se ci piace vedere il Cavour nè «spaventato nè scoraggiato», come egli stesso dichiara, più ci piace vederlo nell'intimità dei suoi affetti, nel cuore profondo dove l'uomo è turbato. E questo turbamento e questo riflesso su sè e su l'opera propria, come è bello ed umano in questa lettera al De La Rive, l'amico del cuore: «noi siamo stati indotti un poco per volta ad assumere una impresa piena di gloria e di giustizia, ma eccessivamente pericolosa: noi non tenemmo bastantemente conto dello svilupparsi nelle società moderne del sentimento di egoismo, per effetto degli interessi materiali. A dispetto di questi ostacoli, io spero che noi riusciremo. L'Italia è matura: l'esperienza del '48 ha portato i suoi frutti».
Impronta Italia domandava Roma,
Bisanzio essi le han dato.
Ma ben morto era il Cavour quando questi versi furono scritti; e guai, del resto, se gli uomini veri dell'azione avessero tutto l'animo dei poeti e dei filosofi!