Certo egli prevede che cosa sarebbe stata l'Italia se non si fosse tratto profitto di quel momento storico: se si fosse aspettato che questi interessi materiali avessero acquistato così grande forza da sopraffare quanto v'era di nazionalità nella patria. L'uomo ammirabile presente anche l'avvenire immediato; il crollo dell'edificio immenso che egli sostiene: verrà il momento che egli dovrà ritirarsi a vita privata. Non sarà allora: quattro mesi più tardi: nel grande state di quell'anno, di cui allora appariva la bella primavera. Il De La Rive gli offre già un rifugio in Isvizzera: «nessun luogo mi sarebbe più grato di quello offerto da un'amicizia come la vostra: esso s'abbella della vicinanza di Presinge, dove corre il mio pensiero ogni volta che io sospiro il riposo e la calma».[246]
Ma l'Italia che sorgeva dai secoli morti lo richiamerà ancora all'ultimo epòdo della vita.
VII.
Perchè Napoleone III volle la guerra d'Italia.
Lord Cowley lasciò Vienna il 10 marzo: s'abboccava in Londra con lord Malmesbury, ed il 16 giungeva in Parigi, dove veniva a colloquio col Walewski e con Napoleone.
Il Cavour, per invito dell'Imperatore, giungeva a Parigi il 26 e veniva a colloquio col Walewski e con Napoleone.
Imaginate il Walewski, questo magnifico signore, dare dell'intrigante al Cavour, accusarlo di trascinare l'Imperatore e la Francia verso una politica nefasta?
La questione contro l'Austria si veniva complicando con l'atteggiamento minaccioso degli Stati di Germania, di che era stata antecedente discussione fra lord Cowley, Walewski e Napoleone. Di questo atteggiamento sono buona chiosa le parole che sin dal gennaio avrebbe proferito il conte Buol: «Se l'Imperatore si fosse prefisso per iscopo di tastare il polso alla nazione tedesca, ne avrebbe ricevuto la lezione più salutare».[247]
Il congresso delle cinque maggiori potenze, proposto dalla Russia, ma suggerito da Napoleone e sostituito ai negoziati di lord Cowley, era secondo gli uomini di Stato inglesi inspirato a mala fede per guadagnar tempo:[248] tuttavia avevano aderito purchè i risultati non fossero stati illusorii. Per il Thiers il congresso era «un mezzo subdolo dell'Imperatore per agitare con nuove arti le cose d'Italia, e dare alla questione italiana un corpo e un'anima, un'esistenza reale e politica, sino ad oggi, sempre contestata, con ragione, dall'Austria».[249] Per il conte Buol era una «commedia» per tenere a bada l'Austria e prepararsi meglio alla guerra. Tuttavia aveva aderito a questi patti: che non vi si discutessero mutamenti territoriali; che il Piemonte disarmasse prima; che il Piemonte fosse escluso dal congresso. Pel Mazzini il congresso era una commedia in altro senso, perchè «esso non poteva inaugurarsi che sulla base dei trattati del 1815: il dominio dell'Austria sarà rispettato e riconsacrato, l'unità d'Italia dichiarata follia, la Rivoluzione delitto, e cinque Potenze si faranno mallevadrici dello smembramento d'Italia, a patto di poche misere concessioni da tradirsi, come sempre, praticamente».[250]
Giustamente osservava però ancora il Mazzini, «che il guanto di sfida dal Piemonte cacciato, non poteva ritirarsi senza scadere davanti all'Italia». Spettava in fatti al Cavour mantenere questa sfida, e non fu cosa facile, come vedremo.[251]