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Il Walewski parlò dunque al Cavour, dicendo che l'Imperatore si era finalmente risoluto di accordarsi con l'Austria e di non inframettersi nelle cose d'Italia altrimenti che con intenti pacifici.
Rispose il Cavour al Walewski che egli non voleva passare per un «intrigante», ed essere accusato di trascinare la Francia in una lotta per l'Italia:[252] che aveva documenti per dimostrare chiaramente che l'Imperatore aveva ordito tutto lui il piano per organizzare le complicazioni italiane; che egli era stato soltanto lo strumento; che era contrario alla guerra; ma che se in quel tempo avesse rifiutato la magnifica offerta dell'Imperatore, avrebbe tradito l'Italia e sconfessato la sua propria politica; che non intendeva adesso recedere e servire da capro espiatorio. Avrebbe dato le sue dimissioni; avrebbe fatto abdicare il Re; si sarebbe rifuggito in terra lontana; avrebbe resi publici i documenti che possedeva, per dimostrare la lealtà della sua opera.[253]
(Era stato, è vero, Napoleone ad organizzare a Plombières il «piano delle complicazioni italiane»; ma qui si può anche aggiungere che fin dal '49, quando Luigi Napoleone disse all'Arese, inviato del ministro Gioberti,[254] che «la carta d'Europa non aveva senso comune», ma che allora «una proposta favorevole alle guerre italiane, avrebbe probabilmente ottenuto dal Consiglio il solo suo voto», fu per dieci anni tutto un sapiente e sagace gravitare del Piemonte sul nuovo Impero Napoleonico, con gran disdegno del Mazzini, ma con molta utilità per la politica aggressiva del Cavour contro l'Austria).
Assicura il Chiala[255] che in quel giorno stesso il Cavour voleva ripartire per Torino senza nemmeno vedere l'Imperatore. Il colloquio tra Cavour e Walewski ci è riferito dall'Hübner, che ne seppe dal Walewski quel tanto che questi gli potè comunicare: sono poche parole, ma significative: «Cavour venne da me — disse il Walewski — in una disposizione d'animo che non si diede la pena di nascondere. Era la disperazione, la rabbia, la sconfitta completa. Si è lasciato andare sino a dirmi ogni sorta di cose. Io non sono uomo da tollerare un simile linguaggio e gli ho risposto a tuono, e il Cavour è partito quasi senza dirmi nemmeno addio!»[256]
Il Cavour venne a colloquio con l'Imperatore quel giorno stesso, 26 marzo.
«Quando l'Europa — scrive il De La Gorge[257] — apprese l'incontro dei due attori, un imponente silenzio si fece. Ma l'apprensione vinse su la speranza».
Che cosa è avvenuto tra l'Imperatore e Cavour? «Noi l'ignoriamo — esclama mortificato l'Hübner — e Walewski non ne sa più di Cowley e me».[258]
Il giorno 29 vi fu un secondo colloquio tra Cavour e Napoleone, con l'intervento del Walewski. L'Hübner può avere allora dal Walewski queste notizie del tutto confidenziali e si affretta ad informarne il Buol. Ha saputo che tanto lui, Walewski, come l'Imperatore, avevano fatto i maggiori sforzi per ottenere dal Cavour l'impegno di un disarmo preventivo, «ma che il primo ministro sardo a refusé net». «Io ho espresso al conte Walewski il mio stupore sulla poca influenza che sembrava esercitare Napoleone sul Piemonte». Qui manca la spiegazione del Walewski e l'Hübner rimane col suo stupore, per allora almeno. Il Walewski dopo ciò lo informa che il Cavour era venuto a Parigi per ottenere le dimissioni del Walewski stesso, e l'Imperatore ha rifiutato questa «pretesa incredibile»: secondo per ottenere di essere ammesso al congresso; ma che lui, Walewski, «ha dimostrato che l'ammissione della Sardegna in un convegno delle grandi potenze era una cosa inaccettabile». «E infatti — chiosa altrove l'Hübner — l'invitare dei semplici delegati degli Stati italiani per essere, caso mai, interrogati, sarebbe stata cosa poco conforme alla dignità ed ai diritti sovrani degli Stati indipendenti». Ebbene? e l'Imperatore? «L'Imperatore — risponde il Walewski — si è schierato dalla mia parte». Manco male. E allora? «Allora Cavour, vedendo falliti i due principali scopi della sua venuta, ha chiesto che la Francia abbandonasse l'idea del congresso, ma l'Imperatore non potè accondiscendere avendovi aderito. Fallito anche questo terzo punto, allora si sforzò di strappare dall'Imperatore una promessa che i lavori del congresso sarebbero andati a vuoto. Io sono felice di potervi assicurare — conclude il Walewski — che egli non ha ottenuto niente da Sua Maestà».
«Ne siete ben sicuro?»