«Sì, perfettamente».[259]

Queste informazioni dell'Hübner al Buol sono del primo aprile, ed a conferma aggiunge una noterella di spionaggio: «i convitati della principessa Matilde,[260] dalla quale il signor Cavour andava a pranzo, uscendo dal palazzo di S. M., erano tutti colpiti dall'espressione di disperazione che si leggeva sul volto di lui; e poi fra parentesi: «Il fatto è vero».

Questo non vuol dire che l'Hübner creda interamente al Walewski e molto meno che Napoleone l'abbia rotta con «quel cospiratore». Lo desidera, riferisce quello che sa, quello che ode. Ecco, lord Cowley «crede che l'Imperatore abbia perduto la testa; cammina un giorno in un senso, un giorno in un altro». Drouyn de Lhuys[261] «la pensa lo stesso. Il segreto dell'impenetrabilità dell'Imperatore — dice Drouyn — è nell'assenza di motivi delle sue azioni. Non è uomo spiegabile, è soltanto diffidabile». Rinnova l'informazione già avuta dal Walewski per riconferma del Cowley, «l'Imperatore avrebbe consigliato il Cavour di disarmare, facendogli capire che l'Austria avrebbe fatto lo stesso. Il ministro sardo ha rifiutato carrément». Conclude: «il Cavour è molto potente di fronte all'Imperatore; o l'Imperatore molto debole di fronte alla Rivoluzione».[262] Ma il giorno due aprile altra lettera confidenziale al Buol: ha parlato con Cowley, che è riuscito a parlare con l'Imperatore: «Il linguaggio di Sua Maestà è poco chiaro; o piuttosto non c'è di chiaro che una cosa, ed è che egli non l'ha ancora rotta col Cavour, nè con la sua causa, nè col partito di questo settario. Richiesto sui preparativi militari della Francia, l'Imperatore ha risposto: Potrebbe darsi che il congresso fallisse; e in vista di questa eventualità bisogna che io sia pronto».[263]

Il conte Buol, prima ancora di queste fedeli referenze dell'Hübner, era stato, per dispaccio di lord Malmesbury, informato come Cavour avrebbe dichiarato esplicitamente che «avrebbe avuto la guerra a dispetto del congresso»;[264] dichiarazione audace, che non deve essere stata senza influsso nel determinare il contegno del gabinetto austriaco.

Ancora un'informazione dell'Hübner, ma data con riserva: «L'ambasciatore inglese crede sapere positivamente che il Cavour è partito molto malcontento». Ed è informazione esatta, confermata per altra via; infatti in data 5 aprile, il Principe Consorte scrive al re del Belgio: «Cavour rifiuta assolutamente di disarmare ed ha lasciato Parigi irritatissimo, minacciando di provocare la guerra, piaccia o non piaccia a Parigi. Egli ha in tasca promesse d'aiuto fattegli per iscritto e dalle quali non vuole svincolare l'Imperatore, che si trova in una condizione assai spinosa».[265]

Cavour lasciò Parigi il 30 marzo. Giunse a Torino il 1.º aprile. Dimostrazione entusiasta: studenti, operai, fiaccolate. Viva Cavour! Viva il Re, l'Italia, la Francia! Anche il Re, confuso fra la folla, avrebbe applaudito, e a noi pare che quegli applausi se li meritasse, benchè è dubbio se egli fosse in vena di udire applausi.

*

Le osservazioni psicologiche e contraddittorie, raccolte e trasmesse dall'Hübner, sono le più vicine alla verità. Nel colloquio segreto dell'Imperatore col Cavour, a testimonianza di lord Cowley, il quale ne seppe, e dal Walewski e dal Cavour stesso, di più che non l'ambasciatore austriaco, Napoleone si sarebbe valso di tutti gli argomenti più efficaci per indurre il Cavour ad accettare l'idea del disarmo e, fra gli argomenti, il più delicato dovette essere questo: la difficile situazione in cui tale rifiuto lo metteva, perchè nessuno avrebbe creduto che il Piemonte operasse in modo contrario ai suoi desideri, ed egli sarebbe stato incolpato di slealtà. «Sfortunatamente nessun argomento, nessuna preghiera produsse il minimo effetto sull'animo del conte, il quale pertinacemente rispondeva che egli e il suo sovrano sarebbero perduti, se assentivano ad una proposta così umiliante».[266]

Al Cowley il Cavour disse poi che l'esclusione dal congresso del Piemonte, considerato campione d'Italia, distruggeva ogni speranza dell'avvenire, ed il disarmo annullava la sua esistenza politica. A maggior conferma di queste cose, viene ora in luce la seguente lettera in data 15 maggio, cioè a guerra iniziata, del Malmesbury alla regina Vittoria:[267] «L'Imperatore non aveva nessun piano e nemmeno nessuna intenzione di fare la guerra in Italia. Sua Maestà Imperiale vi fu condotta, passo a passo, dal conte di Cavour. Il quale per ultimo minacciò di publicargli la sua corrispondenza più confidenziale. Il suo esercito era totalmente impreparato ed anche ora è in un imperfettissimo stato, ed egli stesso fu soprafatto dalla sorpresa e dal timore quando seppe, verso la metà dello scorso mese, che gli Austriaci avevano centoventimila uomini sul Ticino. L'Imperatore ciò non ostante crede ora che avrà facilmente un paio di vittorie e che quando egli avrà rigettato gli Austriaci nelle loro tane, se ne ritornerà a governare Parigi». È vero che il ministro inglese riferisce qui il giudizio del conte di Persigny, ma pare prestarvi fede.

(I dispacci segreti che il De La Gorge[268] publica, deducendoli dagli «Archivi del Ministero della guerra,», confermano non solo l'impreparazione dell'esercito, ma l'anormale condizione politica in cui si trovava l'Imperatore a provvedere apertamente alla guerra, e il timore di lui che la presa di Torino da parte del Giulay, troncasse l'impresa prima ancora che fosse cominciata. «Tutto mancava — scrive con manifesta esagerazione il ministro della guerra Randon nelle sue «Memorie» (II, pag. 6) — fuori che il coraggio»).