Quello che allora non si seppe, fu l'assicurazione data da Napoleone al Cavour che la guerra sarebbe scoppiata lo stesso, alquanto più tardi, ma più ampia e tale da ottenere popolarità in Francia, cioè non solo contro l'Austria ma contro tutta la Germania. (Scoppiò in fatti più tardi, e l'Impero ne andò in frantumi).

Che cosa rispondesse il Cavour all'annuncio di tale impresa, così sproporzionata e difforme dal suo scopo, noi non sappiamo. Però qualche cosa è espresso in una lettera, scritta da Parigi al La Marmora, in fretta e furia, la mattina del 29, prima di avere l'ultimo colloquio con l'Imperatore. «La questione italiana — scrive egli — è impostata così male, come peggio non si può credere, ecc. La guerra è inevitabile: sarà ritardata di due mesi, almeno: si farà contemporaneamente sul Reno e sul Po. Perchè la guerra abbia un esito felice per il Piemonte e per l'Italia, bisogna prepararci a fare il maggior sforzo possibile. I Francesi, trascinati loro malgrado, non ci perdoneranno mai il maggior peso di questa guerra, caduto sulle loro spalle. Sventura a noi se noi trionfassimo unicamente per mezzo dei Francesi. È soltanto battendoci meglio di loro e mettendo sotto le armi forze superiori alle loro, che noi salveremo il paese».

La lettera è terminata dal Nigra con un poscritto posteriore all'ultimo colloquio, che dice: «Il conte di Cavour dovendo andare a pranzo dalla principessa Matilde (è il pranzo a cui la parola acuta di Hübner accennò), non ha tempo di terminare questa lettera. Spera di partir domani. Egli non è punto soddisfatto della conferenza d'oggi con l'Imperatore e col Walewski».

Questa lettera, fu verosimilmente ignota al conte Paolo Federico Sclopis di Salerano, che tutto sperava nella «furia francese»: non la conobbe il Mazzini, che avrebbe, forse, modificato il suo giudizio su Cavour. Ma la deve aver conosciuta il La Marmora, perchè a lui era diretta; e fu davvero sventura che, verso il 1866, quando attendeva ad una specie di disarmo, se ne sia dimenticato.

Doloroso è invece che sia venuta a conoscenza dell'Hübner, perchè vi compone un increscioso commento: «Quest'ultima frase, che i soldati italiani si battano meglio dei soldati francesi ecc., sembrerebbe indicare un ottenebramento delle facoltà mentali di chi le ha scritte, ovvero è il linguaggio di un disperato che preferisce morire, come ha detto lui stesso, in un mare di sangue che sopra un letamaio».[269]

I documenti qui riferiti comprovano in quale stato di profondo turbamento si trovasse il Cavour, turbamento che non isfuggì punto all'Hübner, come vedemmo: ma non si creda che esteriormente ne desse alcun segno. Il De La Gorge (II, 423) osserva anzi che il Cavour «affettò coi diplomatici stranieri un'imperturbabile sicurezza», di che è documento il noto spiritoso colloquio col Rothschild che riferiamo in nota.[270]

Prima di partire per Torino non avendo potuto, a cagione della presenza del Walewski, esprimere interamente il suo pensiero all'Imperatore, nel ricordato colloquio del 29, gli lasciò una lettera, assai memoranda come poco nota. Dice che «dal colloquio acquistò la dolorosa convinzione che il conte Walewski è deciso di perderci: forzare il Re ad abdicare; me a dare le dimissioni, spingere il Piemonte verso l'abisso»; ma «se egli realizzerà i suoi progetti, perderà il Piemonte e non salverà la Francia. Avrà trasformata l'Italia, oggi interamente devota, in nemica mortale senza riguadagnare l'amicizia dell'Inghilterra o diminuire l'odio dell'Austria. Le potenze hanno capito abbastanza i progetti di V. M. per potere riprendere verso di Lei le loro antiche abitudini». Il che vuol dire: riconoscimento della via chiusa in cui l'Imperatore s'è avanzato; impossibilità di retrocedere. Si rivolge quindi «alla sua bontà ed alla generosità, per cui egli non permetterà che il solo alleato che V. M. ha in Europa, cada vittima della diplomazia, dopo avere in qualche modo rimesso fra le mani di V. M. la sua corona, la sua vita, la sua famiglia». Notevole il passo in cui disillude l'Imperatore ed il Walewski dell'esistenza in Italia di «un partito moderato che possa accontentarsi di concessioni illusorie come soddisfazione sufficente alle speranze che le parole di V. M. e l'attitudine della Sardegna hanno esercitato da tre mesi a questa parte.... Ne seguirà una terribile catastrofe. Il Re si troverà posto tra un atto di follia o di viltà. Non gli resterà altra risorsa che scendere dal trono ed andare a morire in esiglio come suo padre.... ecc.».[271]

Questa lettera è indubbiamente ammirevole per abilità e per passione; raccoglie tutti in un getto gli argomenti già noti, fra cui verissimo quello a cui con amaro gaudio accennava il Mazzini: «il guanto di sfida dal Piemonte cacciato, non poteva ritirarsi senza scadere davanti all'Italia»; ma altre cose contiene di cui è dubbio se maggiore sia la convinzione o l'intenzione di impressionare. È soggetto questo delicatissimo; di cui con poca delicatezza fa parola il De La Gorge. Partendo dall'attentato dell'Orsini, il De La Gorge riferisce: il nunzio, monsignor Sacconi, disse: «Ecco il frutto dell'agitazione mantenuta dal signor Cavour». L'Hübner disse: «Il momento è venuto di stabilire tra la corte delle Tuileries e quella di Vienna i legami di un'alleanza intima».[272] I nemici del Piemonte si unirono «per scongiurare l'Imperatore di abbandonare per sempre l'ingrata nazione che pagava con l'assassinio la costante benevolenza di lui».[273]

Or bene, non solamente al Favre, difensore dell'Orsini «in tempi in cui ogni licenza era accuratamente repressa», è data facoltà «di sottolineare, completare, chiarire» quella lettera all'Imperatore, che passò nella storia sotto il nome di testamento di Orsini; ma questa lettera, «quest'appello supremo del cospiratore, graduato con abilità infinita, che comincia con l'intimidazione e termina con la preghiera, come se avesse voluto destare nell'animo del Sovrano degli antichi ricordi addormentati», rivelerebbe al De La Gorge (pur non negandone l'autenticità) «una mano più esercitata, la quale avrebbe guidato quella dell'Orsini». «Ogni sorta di supposizione fu imaginata, senza che da questi indizi sparsi ed incoerenti si potesse sviluppare alcuna certezza o verosimiglianza».[274] È noto come le due lettere dell'Orsini furono per insistenza dell'Imperatore publicate il 31 marzo nella «Gazzetta ufficiale del Piemonte». «Nessuno pensò che il governo piemontese avrebbe osato quella publicazione, vera minaccia contro l'Austria, se l'Imperatore non avesse autorizzata, suggerita una simile temerità. Si dice che il Cavour, assai difficile a sconcertarsi, fu turbato da tale ardire: fece note le collere probabili dell'Austria; domandò che si garantisse il suo paese contro le eventualità dell'avvenire. L'Imperatore avrebbe risposto con nuove insistenze e fu allora, che la publicazione fu ordinata». Il Cavour, infatti, scriveva ai primi d'aprile del '58 al Villamarina, che «quella lettera colloca l'Orsini su di un piedestallo da cui non è possibile più farlo discendere»; che dei romagnoli, moderati, quasi codini, mi dicevano ieri che quella lettera avrebbe avuto un'eco enorme in Romagna e avrebbe per effetto di rendere popolare l'idea del regicidio»; che «il Re è molto afflitto di questa malaugurata pubblicazione e degli imbarazzi che creerà al suo governo».[275]

Ora la riassunta lettera all'Imperatore ricorda abilmente e delicatamente queste cose passate e le loro conseguenze. Ma il De La Gorge vi ricama, come dicevo, tale non delicato commento: «Questa crisi straordinaria aveva finito per far conoscere al Cavour l'Imperatore dei Francesi. Aveva indovinato che per trasformarlo in istrumento docile, la minaccia sarebbe stata così efficace come la carezza. Da allora si applicò a mescolare l'intimidazione alla lusinga, servendosi volta a volta dell'una e dell'altra per fare avanzare gli affari del suo paese. Ora si ingegna di ingrossare i progressi della rivoluzione italiana, progressi tali che sommergeranno tutto, se il Piemonte non la dirige e non l'assorbe; ora dipinge l'esaltazione dei partiti e aggiunge artificiosamente che se non si dà loro qualche pegno, sarà difficile, quasi impossibile, spegnere o prevenire nuovi complotti».[276]