*
Fra gli impedimenti alla guerra d'Italia rimane a considerare quest'ultimo, il quale se dal lato politico potè avere minore importanza, dal lato morale deve avere forzato penosamente Luigi Bonaparte: voglio dire l'avversione dell'Imperatrice. Parecchie scene violente erano avvenute;[277] chè informata del patto di Plombières, ella gli disse una volta: «Voi siete lo zimbello, lo schiavo di Mazzini»;[278] e quegli protestando le sue ragioni politiche, ella conchiuse: «Da tutto questo affare non ne verrà alcun bene per la dinastia imperiale». Ella, inoltre, nel suo assolutismo religioso, intuiva che questa guerra avrebbe arrecato un danno certo, se non immediato, al potere temporale dei papi.
A tali ragioni di indole politica, altra ella ne aggiungeva di impressione subbiettiva: una disistima che non si curava nè meno di larvare per gli Italiani: «Gli Italiani — gli aveva detto un giorno — non vi saranno per nulla riconoscenti del sangue che state per versare in loro favore. Se voi credete di procurarvi degli amici coltivando le loro ambizioni e la loro vanità, vi ingannate. Un pericolo vi minaccia? essi vi volteranno le spalle».[279] Ed all'Arese, uno dei pochi italiani che degnava di eccezione, scriveva a guerra compiuta: «Non temete voi di provare all'Europa che il mestiere di Redentore è un mestiere da sciocchi? L'Imperatore è stato per un momento contro il sentimento del suo proprio paese, e gli fu necessario attizzare i sentimenti di generosità e di gloria, per fare accettare alla Francia, ancora stanca delle dure prove che ha passato, una guerra della quale la riconoscenza era il solo premio che si potesse sperare, mentre una sconfitta lo avrebbe colpito in un modo crudele».[280]
«Che cosa ha ricavato dalle sue guerre? Che profitto ha ottenuto dalla guerra d'Italia? Dalla spedizione del Messico? Nessuna. Molto probabilmente queste avventure l'hanno diminuito in potenza. Io gliel'ho detto: egli non mi ha risposto niente: oppure se ha risposto, ha detto parole vaghe di gloria, d'umanità, di fratellanza dei popoli, che so io? delle fanfaluche».[281]
Queste acri e terribili parole sono attribuite al Bismarck, partendosi da Biarritz prima della guerra del '66; nè mi paiono disdicevoli all'uomo che le avrebbe espresse, nè all'uomo a cui erano riferite.
*
E pur con tutte queste opposizioni egli vuole la guerra, pur parlando di pace: arrivare alla guerra è la sua idea fissa. Di questo stato d'anima si sono accorti Hübner, Thiers,[282] Cowley.[283] Ma essi si sono anche accorti di un affetto del tutto spontaneo per l'Italia che nutriva in cuore quell'uomo impassibile; del desiderio di far qualche cosa per le popolazioni italiane.[284] Questa è la causa non politica, perchè generata da passione; questa la «fanfaluca» che fece germogliare quella guerra; o per dire più compiutamente, è la ragione ideale dell'Impero, il sogno della sua giovanezza vissuta fra noi, in mezzo al nostro martirio, giacchè spesso avviene all'uomo, quasi per virtù istintiva, di rifare, come può, il bozzolo dai fili d'oro e di speranza della sua giovanezza.
Quando l'Hübner riproducendo il colloquio e la cospirazione di Plombières, dice che vi si sente più che un Imperatore, il giovane di Forlì del '31, dice cosa esatta. Gran lode o gran biasimo, a libera scelta. E così si può pensare delle sue umane dubbiezze nell'accingersi al gran passo; e così, non tenendo conto di tutte le circostanze e di tutti gli impedimenti, lo si può rimproverare di aver reso un servizio a mezzo, sì che il beneficato, invece di pensare a ciò che ha ricevuto, pensa invece a ciò che ancora gli rimane da ricevere. Il De La Gorge, a cui non isfugge un'occasione per ispargere ironia su la infelice politica di questo ultimo Cesare, ricordando la meravigliosa valle del Po, oggetto di invidia nei secoli, campo chiuso di infinite guerre, osserva: «Ma la guerra novella non sarebbe assomigliata alle guerre passate, se non per l'abbondanza del sangue sparso. Lo scopo era, non di dominare l'Italia, ma di liberarla».[285]
Dopo questa prima e vera ragione, ove si intendano senza malignità, si possono anche accogliere, ma con debita misura, le altre cause che si adducono, specialmente dagli avversari di Napoleone III,[286] non ultima e non ancora ben nota e strana, quella derivante dall'attentato di Felice Orsini e dalla sua ammirevole morte.[287]
Da ideologo e da umanitario egli intraprese la guerra d'Italia; e con l'aggravante di un errore di giudizio; con il convincimento cioè che, cacciato lo straniero, la rivoluzione non sarebbe andata più oltre; e la federazione sarebbe stata la forma naturale della nuova Italia.