Firmando la pace di Villafranca, egli persiste in questa sua idea e non vuol vedere che il moto è invece unitario fino alle ultime conseguenze; che la sementa sparsa dal Mazzini, germoglia oramai da per tutto; che, anzi, Villafranca, come un acquazzone in mezzo all'estate, compie il miracolo del germoglio. La sera cade fosca: ma al mattino il sole ride tranquillo; il monte e il piano verdeggiano già della messe novella. Come il temporale di Solferino: esso dà un momento di sosta all'atroce mischia dei Francesi; mentre gli Italiani sotto l'aiuto di quella tempesta, flagellante in faccia gli Austriaci, ripetono il disperato assalto di San Martino e vi piantano il vessillo dell'Unità. Cavour, che più violentemente di tutti è travolto dall'onda di Villafranca, quando s'avvede dell'effetto meraviglioso, esclamerà: «Che benedetta sia la pace di Villafranca!»[288]
E quando Napoleone III se ne avvide, «lasciò fare troppo agli Italiani a dispetto dei più dei Francesi».[289] E se tanta malvagità era in quest'uomo, l'onda degli oltraggi che montò verso di lui, non gli doveva anzi consigliare l'opposto?
Idea fissa la guerra; ma l'idea fissa non è equivalente di volontà; la volontà vera era in Cavour; e l'aver ceduto a questa forza di volontà deve pure significare alcuna cosa!
L'onnipotenza di quel Secondo Impero, che si rivelò poi così passeggera, potè dare all'anacronismo una parvenza di realtà; ma è dubbio se, senza quell'idea fissa antica, senza quell'illusione di potere imporre al mondo il buon diritto con la spada di Cesare, senza quelle «pagine strappate» nel suo cervello, egli avrebbe mai intrapresa la guerra d'Italia.
VIII.
La crisi del Congresso.
Le fasi del congresso vanno da quel 1.º aprile susseguendosi senza interruzioni. Tra Londra, Parigi, Vienna, Torino, Pietroburgo è uno scambio di telegrammi, note, tra personaggi solenni. Questi personaggi rendono l'imagine di navarchi che guidano gravi navi per non calmo mare. Sicura tuttavia è la rotta e vanno di conserva. Quand'ecco uno, anzi il più temuto fra questi navarchi, accenna a mutar rotta, sorge scompiglio, più oculata vigilia occorre. Perchè non procedere come prima? Perchè un vecchio naviglio laggiù arde? Giusta causa è il salvarlo? Ma quante sono al mondo cause giuste: soffrono, muoiono, si trasmutano. Non si muta rotta per questo!
Queste fasi, come una infermità, percorrono la loro parabola, sino ad arrivare all'acme, dopo la quale è la lisi o la morte. L'acme, qui, avviene nella notte tra il 18 e il 19 aprile: dura tutto il 19. Il giorno 20 è la risoluzione. Noi dobbiamo questa risoluzione ad un compatibile errore dell'Austria. Vediamo: il conte di Cavour lo ha dichiarato; non disarmerà: «Noi non disarmeremo. Meglio vale cader vinti con l'arme in pugno che perderci miserabilmente nell'anarchia, e vederci ridotti a mantenere la tranquillità publica coi mezzi violenti del re di Napoli: oggi noi abbiamo una forza morale che vale un esercito; se noi la perdiamo, nessuno ce la renderà».[290]
Alla sua volta il conte di Buol non recederà di una linea, dalla sua prima dichiarazione: «il disarmo preventivo della Sardegna è per noi una condizione sine qua non per entrare in congresso, senza di che l'affaire ne serait qu'une comédie».[291]
E, a dire il vero, il conte Buol facendo questa esplicita dichiarazione a lord Malmesbury, non aveva bisogno di spendere troppo tesoro di eloquenza, perchè — come dicemmo — in quei diplomatici inglesi era l'intima persuasione che il congresso non fosse che un espediente per meglio preparare la guerra. Fermi in tal convincimento, non pare che quei gravi personaggi inglesi si volessero prestare troppo al giuoco; e non pare nemmeno che lord Derby, lord Malmesbury, lord Cowley, il Principe Consorte, la Regina Vittoria nutrissero per l'Italia un così grande affetto da fare per essa sacrificio di interessi. Ma non è men vero che due secoli di civili e libere istituzioni non erano stati indarno. A questo ben si apponeva il Cavour nel suo discorso alla Camera subalpina, in cui vellicava l'orgoglio di lord Derby. Lo stato dei tre governi d'Italia, Austria, Papa e Borbone, era realmente anormale per una coscienza inglese, anche sotto la veste del diplomatico. Ma l'Austria, ma il Borbone, ma il Papa si trovavano al punto da non poter concedere alcun lenimento al greve giogo o riforme di carattere liberale. Queste potenze appaiono, se il paragone mi è acconsentito, come colui che ha paura di allontanare il coperchio da una pentola: sente che essa brontola alquanto, ribolle, e fa forza: non ne teme lo scoppio, no; ma teme che levando la mano, ne sprizzi un getto increscioso e scottante. Il Papa, che ne fu scottato, è quegli che più si ostina. Riforme? un governo laico? Ma non si capisce che ciò toglierebbe allo Stato della Chiesa ogni ragione di essere? «Si chiamano Stati della Chiesa e tali debbono rimanere»; così, sin dal gennaio '59, il Papa ad un diplomatico inglese.[292] Appunto: non ha ragione d'essere! Ciò poteva essere pensato, ma non detto da un uomo politico, anche se inglese e protestante. In quei giorni, appunto, Ferdinando Borbone aveva cercato di liberarsi di alquanti di quegli «spiriti malvagi», come diceva Pio IX, i quali, forse perchè «spiriti», non potevano essere contenuti nelle sue carceri: spiriti malvagi, peste che gli avvelenava il regno ed il sonno (vicino, o Re, è il gran sonno della morte). Ma questi spiriti malvagi sono accolti con onore in Inghilterra[293] e con quella pietà che merita un'alta sventura. Non teme il publico inglese l'infezione di tale peste. Molto può l'opinione publica presso quel popolo; nè il miele delle blandizie era stato dal Cavour sparso invano. Desiderosi, dunque, di pace erano quei nobili lordi, ma desiderosi anche di equità, o almeno di un non troppo iniquo trattamento tra l'Austria e il Piemonte.