Più delicata e difficile appare la situazione in cui si veniva a trovare l'Imperatore tra Cavour, che non vuole disarmare, e l'Austria che solo a questo patto «irremissibile» accetterà il congresso. Gli avvenimenti diedero ragione alla sua politica, e perciò noi la possiamo ritenere astutissima e persistere nella concepita opinione che egli fosse sicuro del fatto suo. Non è però meno vero che quegli inglesi, che pur dubitavano così apertamente della sua lealtà, riconoscevano che egli si trovava in una situazione «assai spinosa», come riferimmo; e «mutato e demoralizzato»[294] ce lo presenta la Regina Vittoria in una lettera del 9 maggio allo stesso Re del Belgio, cioè all'aprirsi della guerra. L'Hübner, che non era certo uno spirito pietoso, giunge a vibrazioni di pietà. Noi possiamo sorridere quando dice che Napoleone gli ricorda i ritratti che Tacito e Svetonio fanno di certi imperatori romani, i quali nei primi anni del loro regno furono delizia e ornamento dell'umanità, per diventare poi soggetto di terrore e di schifo; quando dice che non sembra possibile reggere la soma del potere senza i limiti di principii immutabili, determinati dal timore di Dio, dal rispetto per i diritti acquisiti, dalla tradizione secolare. Ma non è lecito sorridere quando ce lo descrive «cupo, inquieto, taciturno, inaccessibile ai suoi amici; sordo ai buoni consigli; irritato dagli ostacoli che egli stesso ha posto sul suo cammino; tremante davanti alle indiscrezioni dei complici; senza trovare nella sua intelligenza i mezzi di imporre a loro il silenzio; nel suo cuore la forza di romperla con loro; indovinando, più che non confessi, che egli lavora suo malgrado e senza posa a formare contro di sè la coalizione dei popoli e dei sovrani, ad alienarsi la simpatia e la confidenza della Francia. Questo principe, esclama, offre uno spettacolo degno di pietà, fatto per ispronare i governi delle grandi potenze a stringere le loro file, per salvarlo suo malgrado, e così salvare la pace, se è ancora tempo; oppure per abbatterlo, infrangerlo, se persiste nella via del male. Forse l'Imperatore per le angoscie che in questi momenti soffre, per la conoscenza dei pericoli che lo circondano, per le torture che il Cavour gli infligge, espia adesso le sue colpe».[295]

Quanto alla guerra, ecco il dilemma dell'Hübner: vinto Napoleone perde la corona, vincitore la perde lo stesso per effetto della coalizione che si formerà contro di lui.

È il pensiero, già riferito, del Mazzini.

Nobile, come irta di difficoltà, la parte affidata al ministro Walewski. Desideroso quanto altri mai di secondare gli sforzi dei diplomatici inglesi ed evitare la guerra, deve salvare il suo Imperatore dagli impegni presi col Cavour e in pari tempo dall'accusa di slealtà e di malafede che, con tutto il bel giro del gergo politico, gli rivolgono quei diplomatici. «L'Imperatore — afferma il Walewski — vuole la pace: la visita del conte di Cavour ha recato qualche imbarazzo, ma non smosse l'Imperatore dal fermo proposito di volere conservata la pace: brama ardentemente che il congresso si riunisca, sarebbe dolentissimo se ne venisse in qualche modo impedita la riunione».[296] Il rimprovero che si moveva all'Imperatore era di non avere insistito abbastanza sul disarmo del Piemonte.

Ma vi si arriverà. L'Inghilterra giungerà a girare la posizione e si arriverà in fine al disarmo. Disarmo della Sardegna? Risponde il Walewski: ma allora disarmo anche dell'Austria! «non intimazione però al Piemonte ma raccomandazione cortese che l'effettivo del suo esercito sia diminuito: non si specifichi il rinvio dei contingenti e il congedo dei volontari». Sì, va bene: ma questa proposta non è proponibile nè meno all'Austria. Essa vuole intimazione e congedo dei disertori comandati da Garibaldi. 7 aprile: proposta di lord Malmesbury: «Disarmo generale delle cinque potenze, compresa la Sardegna, e prima del congresso». Controproposta francese: «Disarmo generale delle cinque potenze compresa la Sardegna, ma i particolari del disarmo saranno tenuti nella prima seduta del congresso».[297] Ciò veniva a dire, disarmo con armi. È una commedia; ma in questa parte la commedia è giocata dall'Austria. In quei giorni appunto, il 9.º e il 10.º corpo austriaco, partivano da Brünn e Pesth alla volta d'Italia per formare la riserva della seconda armata: altre due divisioni austriache si mettevano in moto verso il Ticino. Ecco: «La Francia per dimostrare il suo buon volere, disarmerà essa per prima; ma non può imporre il disarmo al Piemonte, essendo esso escluso dal congresso». Ultima proposta allora: questa fatta a lord Malmesbury dal maresciallo francese Pélissier, accettata da Malmesbury: «Disarmo preventivo simultaneo delle potenze; gli Stati italiani (oh, finalmente), cioè la Sardegna, saranno ammessi al congresso».

Ma chi non capiva — come diceva lord Cowley al Walewski — che l'idea del disarmo generale era stata unicamente imaginata allo scopo di velare ciò che il disarmo isolato della Sardegna poteva avere di offensivo?[298] La Sardegna al Congresso? «Il conte Buol, forte dell'aiuto degli Stati germanici, nutre speranza di opporre alle pretese francesi una specie di Santa Alleanza ricostituita; e in tuono sicuro che toccava l'oltracotanza rinnova la sua pretesa d'introdurre al Congresso tutti i piccoli Stati d'Italia, tutti, escluso il Piemonte».[299] In tali disposizioni d'animo del primo ministro austriaco, è avvenuto l'accordo tra Francia e Inghilterra.

L'accordo è avvenuto infine tra Francia e Inghilterra, a cui s'aggiungono Russia e Prussia. Un dispaccio del conte Walewski notifica al Cavour dell'accordo intervenuto tra Francia e Inghilterra: intima «in termini imperiosi» l'immediato assenso della Sardegna. In quei giorni, si noti, era stato dal Cavour mandato a Londra con missione speciale Massimo d'Azeglio, carissimo a quegli uomini di Stato, tanto caro che volentieri l'avrebbero veduto sostituire quell'irriducibile conte.[300] L'accordo era avvenuto con l'assenso del d'Azeglio il quale, compreso dalla necessità delle cose e insieme sapendo quale colpo ne avrebbe avuto il Cavour, con quella cavalleria degna del mondo medioevale che così caro era al suo pennello e alla sua penna, aveva telegrafato al Cavour di addossare l'enorme responsabilità del disarmo tutta sulle sue spalle. Ma non era il Cavour uomo da accettare simili scarichi. In quel giorno 18 dettava al La Farina per l'avvocato Armelonghi di Parma una lettera in cui avvertiva che, dato il caso probabile che le comunicazioni venissero interrotte, la notizia certa delle ostilità cominciate doveva ritenersi come segno di generale insurrezione. Di tre giorni prima è un biglietto al ministro della guerra, Alfonso La Marmora. Questo nobile signore, tratto da quel rimorchio potente, deve avere opposto dei «ma» e dei «se», anche giusti, a colui che di «ma» e di «se» non ne voleva sapere: scriveva: «spero che tu non te ne sarai avuto a male di ciò che ti ho detto in un momento di grande prostrazione. Capirai che quando si è passata tutta la notte a decifrare telegrammi irritanti, si hanno i nervi guasti e l'elenco delle difficoltà e dei pericoli che tu mi metti davanti, anche essendo tutto vero, non è destinato a ristabilire lo stato normale, perciò se cominciamo a litigare fra noi, siamo tutti fottuti, e senza remissione».[301]

In quella notte, dal 18 al 19, il conte di Cavour riposava. Il telegramma del Walewski fu spedito infatti non al conte, ma all'ambasciatore, La Tour d'Auvergne; questi mandò il suo segretario. Era l'una e mezzo dopo mezzanotte. Il Cavour non attese d'alzarsi: lesse: gli occhi gli si dilatarono: si compresse la fronte, disse: «Non mi resta che darmi un colpo di pistola: farmi saltare le cervella». Egli che aveva detto di aver ridotto a nulla il partito del Mazzini,[302] doveva darsi per vinto al Mazzini, e voleva pagar di persona.

Al mattino, sull'albeggiare, l'ambasciatore francese trovò il conte ristabilito in calma. Si sarebbe dimesso e cedeva alla necessità compiendo l'ultimo suo atto. «Poichè la Francia si unisce all'Inghilterra nel domandare al Piemonte il disarmo preventivo, il governo del Re, pur prevedendo che questa misura potrà avere conseguenze noiose per la tranquillità d'Italia, dichiara che è disposto a subirlo». Finalmente! Era la pace. Il conte Walewski era nel suo gabinetto con l'ambasciatore lord Cowley, quando giunse questo dispaccio.

L'inquietudine e l'abbattimento del conte di Cavour, in quel giorno, erano così estremi che i suoi amici lo sorvegliarono per tutto il giorno temendo che impazzisse.