Con queste ragioni si complicavano poi altre ragioni di sentimento o passione, le quali governano, più che non si voglia, la fredda politica. Troppo forte umiliazione era per l'orgoglio secolare dell'erede di Carlo V scendere a patti di uguaglianza con un piccolo Stato che avrebbe dovuto rimanere anche lui in vassallaggio; e non solo si proclamava indipendente, ma gli aveva ribellati i sudditi, armati contro; si era eretto a procuratore degli Italiani, «per tanto tempo aveva, sbeffeggiato, provocato, insultato»[308] l'Austria.
Noi dimentichiamo, perchè giova, ed a dimenticare porta l'indole nostra, che a due riprese l'Austria ci diede Lombardia e Veneto; ma sulla punta della spada; facendo passare quelle Provincie per le mani di un altro imperatore, come feudi retrocessi. Non venire a patti, dunque, ma curare con la spada tanto ardimento: la qual cosa come prima fosse successa, tanto maggiore era la speranza di pronta riuscita.
Ed è questo appunto che il pacifico Cowley consiglia all'amico Hübner: «Voi dovete ordinare il disarmo del Piemonte, invaderlo, schiacciarlo, e dopo si parlerà di congresso dove e come si vorrà», e l'Hübner aveva risposto: «Ed è quello che noi dobbiamo fare e che noi faremo».[309] Ed è quello che fece appunto il Buol. Questi il 16 aprile avvertiva lord Malmesbury per mezzo dell'ambasciatore Appony che «l'Imperatore, nostro Augusto Signore, deve alla sua dignità ed alla tranquillità del suo impero il porre un fine ad una condizione intollerabile, assumendo egli stesso in sue mani la questione del disarmo del Piemonte. A tale scopo noi stiamo per rivolgere direttamente al gabinetto di Torino un ordine di ridurre il suo esercito sul piede di pace e di licenziare i volontari italiani».[310] Scongiurò lord Malmesbury il governo di Vienna di astenersi da tale «altera intimazione»; ma inutilmente; e perciò quando la mattina del 20 aprile gli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra parteciparono al conte Buol che il Piemonte aveva aderito al disarmo, il ministro imperiale rispose che sino dalla sera antecedente aveva dato incarico ad un ufficiale di recare al conte di Cavour l'ultimato di congedare i volontari e mettere l'esercito sul piede di pace.[311]
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Non deve qui sfuggire la curiosa coincidenza delle date e la tamerlanesca (il curioso aggettivo è del Cavour)[312] ostinazione del Buol: due cose che si possono mettere nel conto delle molte fortune che ebbe l'Italia. Il 19 il Cavour, costernato e disfatto al punto da prepararsi al suicidio,[313] aderisce alla proposta del disarmo. In quel giorno stesso il Buol confida al Kellersperg, che partiva per Milano, il testo dell'ultimato, con l'ordine di recapitarlo a Torino. Il 20 lord Loftus, ambasciatore inglese, si presenta di buon'ora al Buol, gli annunzia in tuono lieto l'adesione del Piemonte al disarmo, lo complimenta calorosamente della felice soluzione della crisi; e Buol rifiuta le congratulazioni e informa invece della grave risoluzione presa d'accordo e per volontà dell'Imperatore.
Ma se l'ultimato è in viaggio per Milano, nulla di più facile che ritirarlo. Cavour si è piegato, disarmerà. Questo fatto viene a giustificare nel modo più semplice la soppressione dell'ultimato. Così parlò lord Loftus.
A queste parole il Buol oppose un'ostinazione invincibile: Sì, è vero: quando fissammo i termini dell'ordine al Cavour, noi ignoravamo la sua decisione. Ma giammai noi avremmo acconsentito a sedere in un congresso accanto ai rappresentanti del Piemonte.
Pensate — disse allora lord Loftus — che l'Austria sarà isolata....
Forse — rispose il Buol — ma è contro la rivoluzione e per l'ordine publico che noi combattiamo.[314]
Questa «altera intimazione» — scrive l'Hübner il 22, proprio il giorno del venerdì santo, — «ci dà l'apparenza di aggressori»,[315] ma se per questo fatto l'Austria si collocava in condizioni morali di inferiorità, se ne avvantaggiava notevolmente dal lato militare, cogliendo l'esercito franco-sardo mal preparato e diviso. «Pel mio Augusto Signore il primo colpo di cannone non è che l'avviso d'una guerra ordinaria; e mettendo anche le cose alla peggio, si potrà perdere una provincia, salvo a riprenderla più tardi. Ma per l'imperatore Napoleone è una guerra ad oltranza, dove l'esistenza del suo trono e della dinastia è in giuoco».[316]