Che Napoleone, per quanto ci piaccia figurarcelo illuso della sua onnipotenza e attratto dal fascino imperatorio, non si fosse fatto velo agli occhi sulla forza militare dell'Austria, appare dal colloquio di Plombières; che intrapresa la guerra gli stesse sopra l'incubo della sconfitta, è troppo manifesto, e Villafranca lo dice. Nell'ultima fase di queste trattative, egli ha piuttosto l'aspetto di persona che si lascia dominare dalle cose, che di persona che risolutamente vuole. Il 12 maggio (il naviglio che lo condusse a Genova portava il nome di «Regina Ortensia», la morta nella sua passione, che trasmise al figlio la sua passione) nel toccare la terra d'Italia disse all'Arese le note parole: «Mio caro Arese, bisogna che noi ringraziamo Iddio che ha inspirato all'Imperatore d'Austria la risoluzione di varcare il Ticino; perchè altrimenti come avrei potuto io essere qui?»[317], le quali suonano come voce di persona assente quasi ai fatti, e che da questi e dal fato si lascia trascinare. Ed al Cavour pur disse le note parole: «Voi dovete essere contento; i vostri piani si avverano», le quali suonano come di persona che dica: ciò che voi volete, ecco avviene.

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Il Cavour ebbe notizia sicura del rifiuto dell'Austria la mattina del 21. Il giorno 23, domanda al Parlamento i poteri dittatoriali per la guerra.[318] Cadeva quel giorno d'aprile; e si chiudeva la seduta al grido di: «Viva il Re! Viva l'Italia!», quando fu visto il Cavour uscire in fretta dall'aula. Erano giunti gli inviati austriaci. Colomba che rechi ulivo, mai non giunse più cara di quei due messi che recavano la guerra. Sono consegnate alla storia le parole che l'attimo eroico suggerì al Cavour, Dicono: «Esco dalla tornata dell'ultima Camera piemontese: la prossima sarà quella del regno d'Italia». Anch'egli aveva l'intuito dell'avvenire, se non che è destino di tutti i profeti vedere nel cielo più mirabili cose che non siano consentite nella loro traduzione terrestre.

Il conte di Kellesperg introdotto nello studio del Cavour, porse la lettera del ministro austriaco, dichiarando di ignorarne il contenuto. Il Cavour disuggellò e lesse,[319] e poichè l'ultimato concedeva tre giorni per la risposta, così, come dicemmo, levato di tasca l'orologio, diede convegno al messo tre giorni dopo all'ora medesima.

In quei tre giorni che gli inviati austriaci rimasero a Torino, furono colpiti dall'aspetto quasi tranquillo della popolazione, della qual cosa ammirando e contemplando la città bellissima, dicevano: «Quel dommage! Questa magnifica città sta fra pochi giorni per essere abbandonata agli orrori della guerra», tanto ferma era la persuasione che la presa di Torino sarebbe stato il primo atto certo del sanguinoso dramma; e questa convinzione era tale che i parenti degli ufficiali austriaci recapitavano poi le lettere a Torino; ed il Cavour se le fece portare e le consegnava al legato di Prussia dicendo: «Ecco lettere indirizzate a persone, il cui domicilio è sconosciuto qui alla posta».

Allo spirare dei tre giorni il Cavour consegnò la risposta[320] proferendo poi agli amici le meravigliose parole: «Alea jacta est.... Ed ora andiamo a desinare. Noi abbiamo fatto della storia».

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Conviene pur dirlo: per quanto gli uomini moderni guardino con occhio poco benevolo ogni moto dell'animo che esulti di orgoglio nazionale, è impossibile dominare in noi stessi la profonda impressione che ci vince leggendo i libri e le memorie degli storici e politici stranieri, i quali non fanno il nome del Cavour senza inchinarsi dinanzi a tanto mirabile e dominante figura umana. Appare come un Cristoforo Colombo novello che ha bisogno di trasformare la piccola nave in cui crebbe, in un colosso del mare, e il mare non gli pare vasto abbastanza. E per ciò anche le parole intinte di amarezza, tornano per forza a sua lode. «Jacta alea est! — chiosa acremente il De La Gorge.[321] In verità egli come Cesare stava per passare il Rubicone. Ma egli non doveva passarlo solo, e questo era in fondo il segreto della sua sicurezza».