5 maggio (al La Marmora): «Io non parlo di operazioni di guerra: soltanto io credo che all'ora che corre, non si potrebbe senza vergogna lasciare il nemico marciare su Torino senza tentare di fermarlo.... Ho spedito l'ordine di fare arrestare il fornitore X (perchè X, senatore Chiala?). Noi arresteremo ugualmente il suo socio, il titolare Y (perchè Y?). Si dice che ciò non è legale: tu rispondi che io (diciamolo in francese) que je m'en fiche».

5 maggio (allo stesso): «L'Imperatore arriverà probabilmente a Genova giovedì sera o venerdì al mattino. Nigra ed Arese partono di qui per incontrarlo. Se il Re non gli va incontro, bisogna che spedisca a Genova un generale o un altro ufficiale di stato maggiore. Ti prego di ricordarglielo».[335]

15 maggio (allo stesso): «La Rocca[336] mi annunzia che d'ora in poi non ci manderà più notizie dal Quartier Generale. Un tale procedere è inqualificabile: in altre circostanze avrei risposto pregando il Re o di mandare via La Rocca o di accettare le mie dimissioni. Ma nelle attuali contingenze dobbiamo tu ed io avere pazienza e sopportare le bizzarrie del nostro grazioso sovrano....[337] Lamento che non sia stato possibile alla nostra armata di fare qualche cosa prima dell'arrivo dei Francesi; ma mi astengo ora, come mi asterrò sempre di discutere le operazioni militari».

Interessante questo passo, per ciò che concerne la genialità del Cavour: il maresciallo Canrobert, giunto a Torino il 29 aprile, precorrendo l'esercito, giudicò inadatte alla difesa di Torino le due linee della Dora e della Stura. Fu stabilito di abbandonarle e concentrare quelle forze a Casale, per minacciare così alle spalle e di fianco gli Austriaci, se avessero osato muovere su la capitale. Ora il Cavour scrive al La Marmora: «Io penso che Canrobert acconsentirà a mandare una divisione a Casale e forse un'altra a Valenza. Questa cosa permetterebbe al Re o di tentare una vigorosa sortita da Casale, o una mossa su Chivasso e la Dora. Io preferisco di molto la prima alternativa. Se l'attacco è ben condotto, deve riuscire. Con un forte corpo d'esercito a Casale, saremmo sicuri di poterci ritirare in caso di insuccesso. Un mezzo successo basterebbe a fermare gli Austriaci, trascinare i Francesi; e Torino è salva. Io credo mio dovere di sottoporti queste idee. Se esse non sono accettate dal Re, fammelo sapere con un dispaccio cifrato, affinchè io possa prendere le mie disposizioni per il trasporto del governo a Genova. Certo io non perderò per questo il mio coraggio; ma per tutta la vita, io mi dorrò che il Re, potendo disporre liberamente di 70 000 uomini, nulla abbia tentato per salvare la capitale. I Torinesi non gliela perdoneranno mai. (Tu non hai preso con te il cifrario. È necessario che ne abbiamo uno per noi soli....)» Ed avverte anche: «Io non sono tattico; ma ho assai di buon senso e di energia per eseguire gli ordini che tu mi potrai trasmettere».

Qui è da notare che la preoccupazione per un colpo di mano su Torino, non era un'idea fissa del Cavour, ma rispondeva ad un vero e massimo pericolo.

Il piano geniale di Canrobert di lasciare indifesa la capitale per meglio difenderla, riuscì a meraviglia, grazie anche all'effetto che tale mossa audace generò nell'animo incerto del Giulay.

«Quale sorpresa — esclama il De La Gorge con un sentimento che è troppo doloroso definire — e quale successo morale se l'Austria avesse potuto strappare a Vittorio Emanuele la pace, domandando soltanto il congedo del grande agitatore Cavour. (Il «pestifero Camillo di Cavour»; la «bête noire» della diplomazia).[338] Avrebbe datato da Torino un editto di pacificazione e di libertà(!) per l'Italia: avrebbe fatto, essendo vittoriosa, tutte le concessioni(!) che essa non poteva fare prima di tirare la spada dal fodero, ed avrebbe così disarmata la Francia, prima ancora di combattere».[339]

Ma «conviene rendere a Napoleone III questa giustizia — prosegue il De La Gorge, pare, con amarezza — che da lunga data egli aveva preveduto questo pericolo, di un colpo di mano su Torino».

Molte memorie, conservate negli archivi, attestano questa sua vigilanza. «Affrettatevi — telegrafava a Canrobert — non perdete un minuto, sacrificate tutto alla rapidità del cammino».

18 maggio (allo stesso): «La Rocca mi ha scritto una lettera poco conveniente, rispetto ai bollettini. Gli ho risposto da ministro.... (soliti puntini. Peccato!). Abbiamo imposto silenzio ai giornali. Il paese si rassegna alla censura: ma a patto che gli si dica qualche cosa. Ti prego quindi di combinare che ci vengano trasmesse quelle notizie, le quali, benchè prive di reale importanza, piacciono al pubblico».[340]