Maggio (al conte Giulini): «Vada, caro Giulini, in Lombardia e faccia che al nostro approssimarsi sorga Milano e le vicine città in modo da dimostrare alla Francia, all'Imperatore, all'Europa, che siamo degni di ritornare nazione libera, forte, indipendente. Andate, e che Dio benedica i forti vostri propositi. Arrivederci dopo la vittoria a Milano, ove stringeremo il patto d'unione, che i nemici interni ed esterni d'Italia non potranno rompere mai».
28 maggio (al La Marmora): «Pare che Garibaldi si sia egregiamente battuto. Penso che il Re distribuirà al suo corpo medaglie e ricompense. Il Re lo deve e per ragioni politiche e per ragioni di giustizia, poichè è lui che gli ha dato l'ordine di spingersi avanti, senza preoccuparsi dei movimenti dell'esercito. Avevo supplicato il Quartier Generale di mandarmi la relazione di Sonnaz sul fatto di Montebello; giacchè finora l'Europa non ne conosce i particolari che sulle relazioni francesi. Non ne fece niente: non so se per farmi dispetto. Mi rassegnerei volentieri a questo cattivo procedere, se non costituisse una vera mancanza di rispetto al pubblico e all'esercito».[341]
4 giugno (allo stesso): «Il silenzio del campo mi pone in una condizione insopportabile. Io non posso rimanere esposto ai giusti rimproveri di centinaia di famiglie che implorano come una grazia l'avere notizie dei parenti che sanno essere stati esposti ai più gravi pericoli. Nelle attuali contingenze, in vista delle conseguenze che una crisi ministeriale potrebbe avere, mi rassegno al rimanere privo di notizie particolari sulle cose della guerra; e di essere informato, io presidente del Consiglio, come qualunque individuo del colto pubblico al quale si comunica le notizie che tutti conoscono. Ma quello a cui non potrei adattarmi si è di non potere adempiere al dovere che mi incombe come reggente il ministero della guerra rispetto alle famiglie di quei prodi che espongono per la patria la vita sul campo. Io sono tenuto in coscienza a non lasciarli durare per giorni ed intere settimane fra le angoscie dell'incertezza. Se per un puntiglio contro di me, si vuole punire questi infelici, debbo ritirarmi. Non abbandonerò il gabinetto, ma pregherò il Re e te di cercare chi sia più accetto di me al campo.... In questi tempi metto sotto i piedi ogni qualunque suscettibilità personale. Solo desidero che la mia persona non sia d'ostacolo al buon andamento del servizio».
«Egli si vuole immischiare — disse dopo Magenta il Re ai suoi ufficiali — in ciò che non deve».[342]
E per ultimo è pur necessario riportare qualche passo di questa lettera del Cavour, in data 8 giugno, al Principe Napoleone, andato in Toscana, come fu detto e come diremo, con gli intenti che variamente gli possono essere attribuiti. Nel fatto egli si occupò specialmente di organizzare quel piccolo esercito che poi, dopo Solferino, condusse in Lombardia.
Le intemperanze villane di questo principe contro i Toscani, sono consegnate, fra l'altro, nel diario di un aiutante di S. M., raccolto dal Castelli nei suoi «Ricordi».[343] Scrive dunque il Cavour in risposta e giustificazione: «Buoncompagni non potendo parlare di fusione (col Piemonte); non avendo alcun candidato (!) al trono granducale da mettere avanti, era ridotto ad appoggiarsi sopra idee negative. Le sole due parti del suo programma, nette e precise, l'esclusione della casa di Lorena e la guerra, non erano di tal natura da appassionare i Toscani. Tre secoli di governo corruttore non li hanno disposti ai sacrifici che la guerra esige. Essi detestano gli Austriaci senza avere un gusto ben deciso per l'impiego dei mezzi che conviene adoperare per iscacciarli. Quanto alla casa di Lorena, essi non la detestano: essi la disprezzano. Ora il disprezzo non è un sentimento che possa fare grandi cose».[344]
XI.
Napoleone al bivio.
Qui è opportuno ricordare che se per noi quella guerra era di giusto diritto, alla sua volta l'Imperatore d'Austria chiamava a raccolta i popoli del Tirolo e del Vorarlberg per «la più giusta delle cause per le quali siasi unquamai sguainata la spada»;[345] anche egli invocava l'aiuto di Dio, questo gran silenzioso; e nel proclama del 28 era detto: «La corona che i miei antenati mi hanno trasmessa senza macchia, ha passato giorni molto infausti; ma la gloriosa storia della nostra patria prova che spesso, quando le ombre di una rivoluzione, che mette in pericolo i più preziosi beni dell'umanità, minacciavano di stendersi sull'Europa, la Provvidenza si è servita della spada dell'Austria, i cui lampi hanno dissipato quelle tenebre. Siamo di nuovo alla vigilia d'una di queste epoche, ove le dottrine sovversive d'ogni ordine esistente, non sono più solamente predicate dalle sette, ma lanciate nel mondo anche dall'alto de' troni».
Ora il trono da cui partivano le dottrine sovversive e perigliose alla pace d'Europa, non poteva essere che quello di Napoleone, la cui corona era macchiata dal colpo di Stato. L'espressione è indeterminata, ma a togliere ogni dubbiezza soccorre l'«Ost-deutsche Post», tradotta ad ammaestramento degli italiani dalla «Gazzetta ufficiale di Milano»: «Napoleone ha gettato la maschera. L'Austria gliel'ha strappata».[346]