Certo il vespaio fu desto. L' «Ost-deutsche Post», nella traduzione della «Gazzetta ufficiale di Milano», dice: «Diritto dei popoli? Illusi. Diritto di violenza. Vedetelo. Ecco senza dichiarazione di guerra, e senza guerra, strappata Massa al duca di Modena verso il quale fino all'ultimo istante si finsero sentimenti di buon vicinato. Ciò significa cominciare col poco per finire col molto. Un secondo atto di violenza franco-piemontese ci si annunzia da Firenze. Mercè un decreto del Comitato sardo,[354] le truppe toscane vennero sottoposte al comando del principe Napoleone. Getta una luce caratteristica sul trono napoleonico la circostanza che questo principe, il quale tanto avvicina esso trono, assuma il comando di truppe che mancarono al giuramento verso il loro Sovrano. È questa la gloria napoleonica! La Toscana, non in guerra colla Sardegna, nè colla Francia, voleva tenersi neutrale. Ma una sommossa militare, suscitata dalla Sardegna, cacciò il gran Duca. Egli, però, non ha abdicato. Ma che ne importa ai franco-sardi? Essi trattano la Toscana come paese di conquista: solo che finora non sembrano d'accordo a chi debba appartenere. Simili fatti accelereranno un rigoroso intervento dell'Europa, particolarmente della Prussia!»

Ma forse perchè questo catechismo, provenendo da fonte austriaca, poteva essere rifiutato, così la citata «Gazzetta» accoglie e stampa quel formidabile scritto del Mazzini «A Luigi Bonaparte», dettato in Londra in lingua francese, nell'aprile del '58, riprodotto in inglese nel «Morning Advertiser», e dal Saffi voltato in italiano pel giornale genovese «L'Italia del popolo». Il punto più potente della terribile requisitoria mi sembra essere quello diretto a dimostrare fraudolenti e fallaci quelle promesse di riforme democratiche e socialiste, che Luigi Bonaparte aveva fatto, proclamandosi «Imperatore del popolo». «L'umanità — dice il Mazzini — chiede realtà non fantasmi, non fatti bastardi, arbitrarii, anormali che han la vita di un'ora. A tai fatti essa guarda, sorpresa per meraviglia, un istante; poi passa intimando all'importuna apparizione il ritorno nel nulla. E voi signore vi affrettate a tal termine. Voi potete vivere mesi, non anni».

Ora, se fosse lecita alcuna divagazione, si potrebbe osservare, come questo nostro Grande, «a cui la tirannide aveva tolto la patria» (allora si riteneva sommo male essere senza patria), nel tratteggiare la malvagità senza confine di Luigi Napoleone, ricorra spesso a termini di sogno e poetici, come la ricordata «pallida ombra di Sant'Elena», come il diniego di ogni missione, come la citazione dello Shakespeare in «Macbeth»: È vita in voi? o siete cosa che uomo possa interrogare? Ma sarebbe disamina troppo sottile; e nulla ne importa alla «Gazzetta ufficiale»; le importa invece avvertire, per bocca del Mazzini, che menzogna e frode è ogni operazione di Napoleone III, anche per ciò che riguarda la guerra d'Italia; che egli può «sognare conquiste; ardirle, arrischiarle non mai».

Ma dopo che l'uomo ha ardito, ha arrischiato, ha vinto a Magenta, cioè cinque giorni dopo quella riproduzione mazziniana, il dì sei di giugno, il linguaggio del giornale è mutato. Si inneggia all'invincibile, al glorioso, al magnanimo Napoleone III; e poichè, come dice il Carducci, ove albeggi la notte d'Italia tu «vedi ivi il poeta», si stampano versi di così atroce arte:

Han vinto! i mille il fremito

Della vittoria han dato.

Due condottier, due fulmini.

Stretto han d'Italia il fato,

E l'avoltoio d'Attila

Morde i suoi duci al suol.