In quel giorno era avvenuto lo sgombero da Milano degli Austriaci e dalla testata del giornale, «al livello dei nuovi bisogni» era caduta infatti l'aquila.

*

A Magenta Napoleone dettò quel proclama «Agli Italiani», che oggi è cimelio di museo: si conserva infatti l'originale, fiore ingiallito di illusione presto morta, all'Ambrosiana di Milano. Allora apparve cosa viva, ed io ricordo qualche patriotta del mio paese, mezzo addormentato per il sepolcro, che lo borbotta ancora qua e là a memoria. Esso è datato da Milano, il dì 8; ma fu scritto a Magenta, cioè caldi ancora i cumuli di quelli che morirono per una causa ignota a loro al grido: Viva l'Imperatore! Il primo dettato, a carattere forte e sicuro, è scancellato a gran tratti, e fra le interlinee corrono in iscrittura più esile, le correzioni di pugno di Napoleone: ma prima ancora che il tempo lo scolorisse, il foglio reca le impronte di un atto violento: fu sgualcito e gettato. Quelle parole avevano carattere polemico, con fiera allusione al Mazzini: ma o la generosità sdegnasse contrasti personali; ovvero non le reputasse opportune, furono tolte. Esse sono le seguenti: «Io sono il vostro amico più sincero e più disinteressato». Quindi dice: «Non lasciate sfuggire l'occasione felice che si presenta di ricuperare la vostra indipendenza e di mantenerla, perchè se voi la lasciate sfuggire, secoli passeranno ancora senza che voi la possiate ritrovare, ed il solo modo di conquistare la vostra indipendenza è di fare causa comune contro quelli che vi opprimono, di organizzarvi militarmente dovunque: «Trattate come traditori della patria» tutti quelli che vogliono creare delle dissensioni, «non cercate di sciogliere oggi le questioni politiche che solo l'avvenire può risolvere».

Nel testo ufficiale questa dichiarazione recisa è stata sostituita dai noti periodi: «I vostri nemici, che sono anche i miei, tentarono di scemare le generali simpatie dell'Europa per la vostra causa, dando a credere che io facevo la guerra per ambizione personale o per estendere il territorio della Francia....» No!

«Se vi sono uomini che non comprendono il loro tempo, io non sono fra quelli. Nello stato luminoso dell'opinione publica, oggi si è più grandi per l'influsso morale che si esercita, che per le sterili conquiste; e quest'influsso morale io lo ricerco con orgoglio contribuendo a rendere libera una delle più belle parti d'Europa. Io non vengo con un sistema preconcetto per spodestare i sovrani o per imporre la mia volontà. Il mio esercito non porrà alcun ostacolo alla libera manifestazione dei vostri voti legittimi». Incitati gli Italiani a «mostrarsi degni» della «fortuna che loro si offre», termina con le famose parole: «Organizzatevi militarmente. Ricordatevi che senza disciplina non v'è esercito; ed animati dal sacro fuoco della patria, non siate oggi che soldati: domani voi sarete cittadini liberi di un grande palese».

Pur concedendo libertà di interpretazione, sta il fatto che Napoleone non dice: «io vengo a liberarvi», ma dice «io contribuisco», e in relazione a questa parola è l'esortazione alle armi per tutti gli Italiani; nè ciò si deve considerare come espressione puramente retorica, e ne è prova questa lettera del Cavour, in data 27 giugno, al Vigliani governatore della Lombardia: «Nigra[355] le ha comunicato l'aspro rimprovero che l'Imperatore mi ha diretto. Esso è del tutto ingiusto e privo di fondamento. Nullameno bisogna tenerne conto, non per fare un atto di contrizione la sera prima di andare a letto, ma conviene tenerlo a calcolo come desiderio delle intenzioni dell'Imperatore. Questi vuole che la condotta degli Italiani giustifichi agli occhi dell'Europa la lacerazione dei trattati del 1815. Conviene quindi mettere tutto in opera onde la nostra cooperazione alla guerra riesca attiva, lunga, energica. Bisogna promuovere senza indugio l'arruolamento di volontari».

Il Cavour prosegue domandando uomini, denari, cavalli «al patriottismo dei Lombardi»: i cavalli «in gran copia». Questi «siamo disposti a pagarli, ma più ancora a riceverli gratis». Il tuono è faceto, ma sotto trema la preoccupazione; ed è evidente che al Vigliani non può il Cavour scrivere come nella lettera da Parigi a La Marmora.[356]

Sta pure il fatto che nel proclama imperiale non è la frase, che poi fu volta in dileggio: «dall'Alpi all'Adriatico». Essa si legge invece nel proclama di Vittorio Emanuele ai Lombardi, datato posteriormente, cioè dal 9, dove è questo incensante ma impegnativo periodo: «L'Imperatore dei Francesi, generoso nostro alleato, degno del nome e del genio di Napoleone, facendosi duce dell'eroico esercito di quella nazione, vuole liberare l'Italia dalle Alpi all'Adriatico».

Chi dettò il proclama di Vittorio Emanuele? Non so; ma è facile il supporre.

Napoleone nel proclama ai Francesi, datato dalle Tuileries il 3 maggio, dice soltanto: «L'Austria ha condotto le cose a tale estremo, che abbisogna che essa domini sino alle Alpi, o che l'Italia sia libera sino all'Adriatico. Ogni angolo di terra rimasto indipendente corre pericolo pel potere di lei». Nè con ciò intendeva impegnarsi.[357]