Lenta e ingombrante fu l'avanzata; più ardimento che sapienza nei comandanti; incerte o manchevoli le informazioni su le mosse degli Austriaci (deplorevole cosa e tristamente significativa), al quale difetto convenne con tanto sangue supplire.
Dette queste cose, bisogna pur ricordare come nel modo stesso che la guerra d'Italia fu pensiero strettamente personale di Napoleone, così a lui sono dovuti i principali fatti che resero possibile la vittoria. E primamente sorprende come un esercito non preparato[365] (il modo occulto e obliquo come si venne alla guerra lo dichiara da sè), potesse rapidamente e con parziale dotazione scendere e concentrarsi in Italia. «L'energia di un uomo dirigeva ogni cosa, l'Imperatore».[366]
All'Imperatore è dovuto il rapido, audace, occulto giramento per ferrovia di quasi tutto l'esercito da Alessandria a Novara, di fronte al Ticino; alla sua resistenza, sia pur passiva, l'eroismo di poche schiere nell'avvallamento di Magenta, che decisero della giornata; a lui il pronto intuito di Solferino e il supremo sforzo con le ultime riserve della Guardia contro quella che «era il centro della posizione austriaca e ne formava la chiave».[367]
Ricordando queste cose non si vuole nè pur lontanamente inferire che Napoleone III riscotesse in cuore il genio dello zio, e il primo a disilludersene, supponendo che lo pensasse, fu egli stesso: ma dire che egli bene smentì Vittor Hugo e Mazzini.[368]
Il Chiala dice come «la certezza della vittoria non valse il giorno appresso Magenta a dissipargli dall'animo tutti i gravi pensieri che lo tormentavano, cioè che per lui era necessità ineluttabile vincere e vincere sempre; e discorrendo a lungo col generale La Marmora, mostrossi scontento di sè, dei suoi generali e sopratutto dell'esercito alleato, perchè non era arrivato in tempo sul campo di battaglia».[369]
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Circa alle ore 10 del giorno 4 giugno, l'Imperatore lasciò Novara in carrozza scoperta avviandosi al ponte di San Martino di Trecate[370] per dirigere personalmente le operazioni del valico del Ticino. Manifestamente non era atteso un urto campale per quel giorno. Dalle informazioni ricevute si riteneva che gli Austriaci avessero bensì forte nerbo di truppe a Magenta, ma la loro posizione, per effetto del corpo di Mac-Mahon (il quale il dì prima (3) aveva più al nord a Turbigo, valicato Ticino e Naviglio e s'era già felicemente scontrato con gli Austriaci a Robecchetto), non si credeva potesse sostenersi.
Il grosso dell'esercito austriaco ritenevasi ancora concentrato a circa otto ore di marcia più al sud, cioè ad Abbiategrasso, in condizioni, quindi, difficili per prendere parte al combattimento.[371]
In quel giorno si doveva entrare per tutto l'esercito in terra lombarda. Al detto ponte di San Martino o Buffalora, sul Ticino, malamente minato dagli Austriaci, sì che fu possibile riattarlo per il passaggio, erano sin dal mattino, con molto Stato Maggiore, circa 5000 fra granatieri e zuavi della Guardia imperiale, a cui doveva seguire il corpo del maresciallo Canrobert, quelli che, per la sua tardigrada prudenza, per poco non compromise quella giornata, come l'altra di Solferino, ed era chiamato, fra quella gaia avventatezza francese, «la provvidenza delle famiglie».