Dorati dai raggi del sole si scorgono su le alture di fronte i queti paeselli lombardi: nell'avvallamento del fiume, tra le evanescenti boscaglie, corrono le verdi acque del Ticino. Qui si scatenerà la tempesta di morte finchè non giunga la notte: il rombo se ne udrà sino a Milano: qui per molti anni, senza concime, sarà più verde la spiga, quando il silenzio ritornerà ancora.
Nella lontananza, a destra e sinistra della strada, a mezza costa, due masse nere rivelavano dei cannoni e la presenza del nemico.
Cautamente varcato il fiume e vincendo piccole resistenze di avamposti, quella esigua schiera si appostò nella bassura del fiume, attendendo per avanzare verso l'erta del Naviglio, cioè verso Magenta, che a Buffalora fosse giunto Mac-Mahon, il quale, susseguito da tutto l'esercito sardo, e mosso da Robecchetto in due colonne, aveva assicurato l'Imperatore che sarebbe giunto a Buffalora alle due e mezzo al più tardi e «pur non avendo conoscenza ancora delle disposizioni del nemico,[372] stesse tranquillo sulle disposizioni che era per prendere».
Dalla parte di Novara, da cui Canrobert era atteso, silenziosa si stendeva la via; ma su le alture opposte gli ufficiali dell'Imperatore, saliti alle vedette, distinguono un grande, confuso, inatteso muoversi di masse nemiche. Attraverso gran sangue si entrerà in terra lombarda? Lenta, ansiosa attesa. Quando giunse il tocco, ecco fu udito verso Buffalora lo scoppiettar dei fucili e lo squarcio del cannone. Mac-Mahon arrivava. Fu dato allora l'ordine di avanzare in coordinazione e in sostegno di Mac-Mahon. La esigua schiera mosse. Ed ecco, solidamente appostati e non sospettati e crescenti, circa venticinque mila Austriaci appaiono avvolgendo quell'eroico nerbo di granatieri e zuavi. Di contro il Naviglio, alle spalle il Ticino. Il cannone di Mac-Mahon d'improvviso si tace.[373]
Questa fu la crisi della battaglia: queste, dalle 2 alle 4, le ore tragiche dell'Imperatore; del lento macello di quelle meravigliose schiere, assalenti e assalite. Perduta che fosse quella posizione (scrive il corrispondente del «Times», pag. 37) «non vi aveva più speranza di ricuperarla più tardi o il dì vegnente, perchè il nemico avrebbe in quel mezzo radunato tutte le sue forze; e quanto fosse disperata la situazione si chiarisce dal fatto che il generale Giulay, giunto in quel punto, annunziò per telegrafo la vittoria a Vienna». Più tardi, di mano in mano che le avanguardie del corpo di Canrobert apparivano, erano sospinte alla morte, con disperati richiami: affrettatevi, affrettatevi, rovesciate ogni ostacolo; vite umane gettatevi in quel braciere di morte, affinchè la fiamma non si spenga: la Guardia sta per essere schiacciata; la giornata è perduta.
Il generale Regnault manda all'Imperatore[374] che non può più resistere. Invii rinforzi.
«Non ho nessuno da mandargli, resista».
Resiste.
Accorre presso l'Imperatore l'aiutante di campo del generale Wimpffen: «Sire, il generale è oppresso non può più mantenersi».
«Si mantenga».