«La esasperazione del Cavour faceva pietà in tutti gli astanti. Il suo volto era rosso come una bragia; e il suo portamento così semplice e naturale per ordinario, tradiva coi gesti violenti l'indignazione che gli toglieva ogni dominio di sè stesso». E poichè uscì di casa Melchiorri, si stette addossato alla muraglia d'una meschina farmacia.... Esclamazioni di sdegno prorompevano dalle sue labbra frementi, e lampi di collera passavano ad ogni tratto sul suo volto abbronzato dal sole. Spettacolo singolare e terribile!»[417]
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Dunque egli, in quella notte, attendeva il Re. Ora egli avrebbe conosciuto il testo preciso di quei preliminari di pace.
Era verso la mezzanotte. Il Re fece introdurre il Cavour nel suo gabinetto insieme col Nigra.
Il Re comandò al Nigra[418] di dare la copia dei preliminari a Cavour. Questi cominciò a leggerla in silenzio. Ma non terminò la lettura. Gettò lo scritto sulla tavola. E qui ebbe luogo una scena commovente.
A questo punto il Chiala[419] mette una serie di puntini al diario da cui toglie e rimanda in nota ad uno scritto di Isacco Artom, che afferma che poche scene di Shakespeare potrebbero essere paragonate a quel colloquio. Cavour avrebbe parlato come Mazzini: Sire, a che serbare il trono subalpino? che giova anche l'annessione della Lombardia, se l'Italia intera continua a rimanere sotto la supremazia politica e militare dell'Austria? Come lasciare Napoli e la Sicilia ai Borboni, l'Emilia, la Toscana, la Romagna oscillanti tra la formazione di effimere republiche e il ritorno dei loro antichi governanti? Anzichè piegare il capo ai nuovi patti, Vostra Maestà ascolti la voce del suo cuore. Ritenti la lotta colle sole sue forze, e se la sorte ci è di nuovo avversa, si ritiri piuttosto in Sardegna, vada ramingo in Italia ed in Europa. Sappiano gli Italiani che la vostra dinastia non ha ormai altro avvenire, altre speranze che l'avvenire e le speranze d'Italia.
Colloquio tragico; senza dubbio; ma anche di altra natura.
Certo questo servitore del suo Re parlò al suo Re in modo ben nuovo.
Il caldo era atroce; il Re era in maniche di camicia e fumava nervosamente: anche il linguaggio dev'essere stato in maniche di camicia, benchè su le frasi speciali non vi sia molta sicurezza. Vittorio Emanuele, secondo il suo temperamento, cercava di calmarlo. Abdicare? A questo ci voleva pensar lui, che era il Re. «Il Re? Il vero Re sono io!» «Lei? Chiel a l'è 'l Re? Chiel a l'è un birichin».[420] Sarebbe stata la ripetizione dell'epiteto significativo, adoperato già dal Balbo.
Il carattere del Re è reso tipicamente dalla frase che è riferita dal Nigra: Nigra, ca lo mena a durmì. Il Cavour stava, infatti, per perdere i sonni una seconda volta. La espressione del Re viene a dire: Voi in questo momento sragionate. Questa politica — i giuochi dei bussolotti dell'Azeglio — me la avete fatta fare voi, mio caro; io vi ho accontentato per tanto tempo e adesso vi lamentate perchè il giuoco non è riuscito proprio bene? Ma a questo mondo non si può ottenere sempre ciò che si desidera. Io prendo quel poco di bene che c'è, e lascio voi a fare gli eroi.