*

Le parole del Re, al mattino seguente, al generale Solaroli corrispondono a quanto qui è detto, in modo preciso. Disse: Cavour si è portato assai male con me: fu quasi insolente. Ma lo compatisco perchè è già qualche tempo che gli gira la testa.... Sissignore, è proprio così come gliela dico; io ho avuto il torto di averlo troppo ascoltato, ma troverò ancora degli amici.

Solaroli rispose: Maestà ne troverà molti.

Il Re lo guardò fisso, e poi disse: Lei ci crede? Ma caro lei, i re sono fatti per non averne nessuno e non mai sentire la verità, e per quanti beneficî facciano, non trovano che ingratitudine.[421]

*

Si domandano le cause di Villafranca; ma esse sono nel contrasto e nella natura delle cose esposte. Le stesse solenni dichiarazioni,[422] fatte dall'Imperatore in Parigi, davanti ai grandi Consigli dello Stato, il 19 luglio, confermano queste cause preesistenti alla guerra e che erano state su tutti i tuoni segnalate da un anno alla sua attenzione. E bisogna supporre che la sua reputazione di astutissimo fosse ben consolidata, se così ingenue ed aperte dichiarazioni poterono essere proferite senza timore di scadere nell'opinione della sua autorità. La minaccia dell'intervento armato della Prussia (più o meno reale secondo che altri pensa) e le condizioni dell'esercito francese, inadatte a sostenere quella doppia guerra, erano fatti conosciuti anche prima. Quanto poi alla possibilità di una terza vittoria, bisognerebbe essere tecnici di cose di guerra per esprimere un giudizio non avventato. A Magenta ed a Solferino i generali dell'Austria commisero certo molti errori, e vinsero i Francesi che ne commisero meno e spiegarono più valore; ma non era assicurato che la serie degli errori austriaci sarebbe proseguita in proporzione crescente, tanto più che l'esercito di quella nazione era suscettibile di aumento: quello franco-italiano non di troppo. È vero che diffusa correva fra noi l'opinione della prossima finis Austriae; ma non solo i fatti posteriori hanno dimostrato erroneo tale giudizio; ma, cosa che allora avrebbe fatto inorridire, molti patriotti italiani, pur forzando l'acerbità delle recenti memorie, si fecero poi alleati dell'Austria, per temenza di un'altra Austria maggiore. A queste considerazioni conviene aggiungere un altro fatto — già ripetutamente notato — di cui l'Imperatore era stato premonito, cioè che per lui il vincere sempre era condizione, non solo del buon fine nella guerra d'Italia, ma della stabilità stessa della corona imperiale.

Il De La Gorge, in pochi periodi, in cui è difficile essere più freddamente crudele, sintetizza così: «Dopo Solferino l'Imperatore capì due cose per nulla nuove, che avrebbe potuto leggere nei libri: cioè che una coalizione costituiva un doloroso imbarazzo, e che un campo di battaglia era cosa orribile a contemplare. Dopo ciò fece ogni sorta di riflessioni giudiziose, che tre mesi prima sarebbero state meravigliose. Un giorno, non reggendo più, con quella semplicità cordiale e graziosa che lo faceva amare malgrado i suoi difetti, andò a trovare l'Imperatore d'Austria e si stupì con lui di tanto sangue versato, gli strinse la mano, lo abbracciò anche, e in un'ora concluse in fretta una pace, che non terminava nulla, fuorchè la carneficina. Poi tornò in Francia in fretta e furia, chiudendo quasi gli occhi per non vedere tutto ciò che lasciava in Italia di passioni e di speranze, difficili a contenere, pericolose a soddisfare».[423]

Ma a parte la terribile ironia, ben spiegabile in un francese, il De La Gorge non può negare il cerchio di ferro in cui si era venuto a trovare Napoleone dopo Solferino.

La Prussia, lieta in segreto delle sconfitte austriache, ma inquieta delle vittorie francesi, ondeggiava incerta tra la gelosia soddisfatta e la paura che s'era desta. Disposta a trarre il maggior vantaggio dalle disfatte dell'Austria, poichè Francesco Giuseppe fece sapere che era impotente a difendere le frontiere della federazione germanica dal lato d'Italia, assunse attitudine minacciosa. «Se passate il Mincio — telegrafava il 22 giugno l'Imperatrice Eugenia — la coalizione si pronuncerà contro di voi. La Prussia già mobilizza i suoi corpi d'esercito e sul Reno siamo deboli»; e il ministro Randon nelle sue memorie nota: «Quando 120 000 uomini partirono per l'Italia, si trovò che non ne rimaneva abbastanza per prendere l'offensiva sul Reno».[424] Lo Czar, in fine, insospettito dei moti popolari d'Italia, dei maneggi segreti di Napoleone coi primari fuorusciti magiari e polacchi, desto — come dicemmo — al sospetto che quella politica rivoluzionaria dell'Imperatore avrebbe sconvolto l'Europa, e la Polonia avrebbe imitato l'Italia, si raffreddò d'un tratto e fece sapere che con le armi non avrebbe certo impedito l'intervento prussiano.