Napoleone il Grande avrebbe, forse, potuto rompere quel cerchio di ferro. Ma Vittor Hugo stesso ci informa che occorrono mille anni a generare simili umani prodigi. E poi? Lo stesso Giulio Cesare, fatto il ponte famoso sul Reno, tornò bellamente indietro alle tetre minacce degli Svevi.
Napoleone III non trovò altra soluzione che intendersi direttamente con Francesco Giuseppe, e sfuggire così, l'uno e l'altro, ai troppo interessati intermediari della pace. Fece quel che potè e fece anche capire l'intima debolezza del suo meraviglioso sogno.
Da allora in poi la Colonna[425] splenderà come un faro che manda gli ultimi guizzi.
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La causa di Villafranca vuol essere ricercata anche nell'errore mentale di Napoleone, pel quale fu indotto a credere alla possibilità di farsi egli promotore e moderatore di un vasto moto rivoluzionario europeo: ma senza quell'errore iniziale, probabilmente non avrebbe nemmeno intrapresa la guerra: forse anche le memorie giovanili del '31 lo indussero a credere in uno stato d'anima nel popolo italiano alquanto diverso dal vero, come delicato cenno è nelle parole dette al Cavour, prima di lasciare l'Italia: «Per prendere Verona, ci volevano 300 000 uomini ed io non li avevo». È vero che Mazzini aveva detto agli Italiani che il loro concorso alla guerra bisognava che fosse così grande che l'aiuto di Francia dovesse parere semplice legione; ma ciò non era avvenuto. Gran delusione fu Villafranca per gli Italiani; ma gran delusione fu Villafranca anche per Napoleone.
Il Mazzini comincia il suo scritto su Villafranca con le parole: «La delusione è scesa più rapida che noi stessi credevamo». Anzi a noi sembra da additare la tenacia con cui egli persistette sino a Solferino, e si può dire che sino al tre luglio — giorno in cui avvenne un colloquio fra lui ed il Kossuth, stabilendo il programma di una insurrezione magiara, il grande sogno non è abbandonato.[426] I puntelli dell'illusione sono quasi tutti caduti, ma l'uomo resiste ancora. La venuta al campo in quel giorno stesso del principe Napoleone dalla Toscana, probabilmente fece cadere gli ultimi sostegni, e allora la nave della volontà cominciò a scivolare, quindi a precipitare in senso opposto sinchè fu varata.
Un intemperante di pensiero, e un ardito paradossale era il Principe, alla cui inspirazione ed informazioni opina il Chiala sia dovuta quella serie di notizie denigratorie sulla partecipazione degli Italiani alla guerra che si leggono nelle lettere del Merimée al Panizzi e che, prescindendo da ciò che è meschino fatto di cronaca o calunnia, può essere riassunta in queste parole di quelle lettere: «l'aristocrazia, è vero, ha mostrato della devozione, del patriottismo, ma è un infinitamente piccolo», affermazione che, tranne l'assoluto, e l'erroneo senso dato alla parola «aristocrazia», non può meravigliare se non chi si rifiuti a rendersi conto di quest'ovvia verità, cioè che la rivoluzione italiana fu specialmente dovuta all'eroica resistenza di una minoranza intellettuale;[427] e se il popolo seguì, fu per naturale generosità e anche in grazia della stolta nequizia austriaca che spinse sino un Papa, almeno per ventiquattro ore, a farsi patriotta e italiano.
In una lettera del principe Napoleone al Buoncompagni, del 9 giugno, è detto: «Dalla Toscana non ha potuto condurre più di quattro o cinque mila uomini. È per questo bel risultato che la Toscana s'è sollevata al grido: Viva la guerra?»[428] Questo ed altro deve avere esposto il Principe a Napoleone.
Ma se il principe Napoleone si illuse che i Toscani dovessero preferire lui, questo obeso di corpo e acerbo di spirito, a Leopoldo II, che disprezzavano, ma non odiavano — come bene gli spiegò il Cavour — , fece errato calcolo. E per ciò che riguarda questa rimproverata scarsa partecipazione alla guerra, conviene dire che i Toscani amavano bensì, non meno degli altri Italiani, la libertà della patria comune, ma amavano moltissimo anche la loro autonomia e tanti piccoli materiali vantaggi la cui perdita rimase consegnata al famoso motto, toscano appunto: «Si stava meglio quando si stava peggio!» La Lombardia specialmente fece notevolissimi sacrifici; ma le campagne erano, e non potevano non essere inerti. Presumere nelle così dette masse un moto unanime e formidabile di rivolta (come oggi potrebbe accadere per ragioni economiche e di lotta di classe), per una causa ideale ed aristocratica, quale la causa della nazionalità, significava aver perso il senso etnico e storico; e in questo errore caddero tanto il Mazzini quanto Napoleone III.
Si aggiungano a queste cause maggiori i dissensi o malintesi con Vittorio Emanuele per ciò che riguardava l'apparecchio dell'armi,[429] il malcontento di Vaillant, di Fleury;[430] gli avvertimenti gravi sul fumar dell'ira clericale in Francia (fumava a belle spire anche fra noi!); l'abbattimento fisico, fors'anche, susseguito a così grande tensione di forze, ed aumentato dalle vampe, non solo di un estate torrido, ma da quelle della rivoluzione che s'illuse di potere sfrenare e infrenare a suo modo, e già lo lambivano dolorosamente. Tutte queste cause secondarie possono spiegare, io non dico la deliberazione della pace, che è data da quelle prime cause, ma quel non so che di convulso, di affrettato, di iroso che è nel terminare la guerra e lasciare l'Italia.