Cavour lo bacia. Bravo! Non sono più ministro della guerra, ma tentiamo un colpo!
Scrive un biglietto. Andate all'arsenale, se vi dànno armi, incassatele, e partite subito.[439]
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Non rientreranno. È Cavour; o, se piace, è Mazzini che raccoglie dopo trent'anni il suo frutto; non risponde alla sementa, lo so; ma insegnano i maestri di agricoltura che la pianta oltre alla sementa, deve il suo essere al suolo ed al clima. È anche merito del Farini e del Ricasoli, e, se pare, anche di Napoleone.
La pianta nata — ben è vero — non fu quale volle il Mazzini, ma quel grande nostro può consolarsi nel silenzio della sua tomba: non fu neanche quale volle il suo grande avversario, il Cavour.
XIV.
Dopo.
Il principe Napoleone ripartì da Verona a notte già fatta. I quattro cavalli galoppavano; ma il fragore del traino non era così forte che distogliesse l'animo dal sentire l'eco delle ultime parole di Francesco Giuseppe: «Se possiamo intendercela con l'Imperatore Napoleone su gli affari d'Italia, non vi saranno più motivi di discordia tra noi».[440]
Era un consiglio non disinteressato forse, ma un buon consiglio di un giovane ad un uomo più che maturo; se non che il giovane era derivato all'Impero con radici così antiche e tenaci, che poteva ben permettersi qualche suggerimento su la stabilità dei troni a colui che aveva elevato il suo così di recente e in così pericoloso modo.
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