Sabato 3.
Partii a sette ore del mattino, e mezz'ora dopo attraversai il fiume di Targo sopra un ponte di tre archi, indi piegai a settentrione, tenendo la medesima direzione tutto il giorno.
Giunto in sulle nove ore all'estremità della pianura, dovetti valicare più colline, uscendo dalle quali mi trovai circondato alla catena del Monte Tauro, composto nella parte da me veduta di roccia cornea, e di trap talvolta aggruppato in enormi masse, talvolta a strati ondeggiati più o meno obliqui, e talvolta finalmente in aguglie altissime formate dalla unione di prismi perpendicolari, che hanno l'aspetto di una cristallizzazione.... E che è in fati qualunque montagna primitiva, se non una cristallizzazione colossale?..... Io non vidi verun indizio di granito o di porfido.
Questa parte della catena è coperta di magnifiche foreste, i di cui più comuni alberi sono quercie, cedri, cipressi, e lentischj. Tutto quanto mi si offriva questo giorno agli occhi, mi faceva presumere che le alte montagne dell'isola di Cipro fossero in rimotissimi tempi una continuazione del monte Tauro. Le pittoresche vedute, le magnifiche cascate d'acqua trasparente quanto il cristallo che da ogni lato invitavano il mio sguardo, facevanmi nascere rincrescimento di non poter godere che di passaggio così deliziose contrade.
Giunto alla sommità vidi un antico maestoso argine fatto di grandi sassi quadrati lungo un piano orizzontale in cima alla montagna dalla banda di S. E., e terminato con un arco di trionfo semplice, ma nobile, la di cui più elevata parte cominciava a cadere in rovina.
Quest'arco può essere riguardato come una grande finestra, di dove signoreggiansi interamente le pianure che furono il teatro della vittoria di Alessandro sopra Dario; lo che potrebbe dar sospetto che l'arco fosse stato eretto ad onore di questo conquistatore. Anche l'argine incomincia a guastarsi: vidi all'estremità settentrionale un sasso tagliato in figura di piedestallo sul quale dovette probabilmente esservi qualche iscrizione, ma ora affatto cancellata dall'inesorabil mano del tempo, che si prende giuoco degli sforzi che gli uomini fanno per rendere eterni i monumenti del loro orgoglio.
Dopo essermi riposato un istante presso ad una bella fonte, giunsi verso le quattr'ore sulla strada che conduce direttamente da Aleppo a Costantinopoli, e ch'io dovetti abbandonare per la ribellione di Kouhouk-Alì. Pare che anticamente questa strada fosse assai buona; ma al presente trovasi in estremo deperimento. Entrai in Diàïde alle sette ed un quarto della sera, e trovai nella casa della posta cinque Tartari che successivamente erano sortiti da Aleppo dopo di me.
Domenica 4.
Io desiderava di partire di buon mattino, ma essendo accostumati a partir tardi, così non sortii da Diàïde che alle sei ore. La sera si fece alto alla casa di posta di un miserabile villaggio detto Wadicàschli, chiamato dai Turchi Ouloukiscla.
Di mano in mano che avanzavamo verso il N. O., la parte del monte Tauro che attraversammo andava perdendo la sua bellezza; ed in fine non presentava che ignude balze, le di cui sommità settentrionali erano coperte di neve: entrato verso le tre dopo mezzogiorno in un paese alquanto più aperto e meno aspro, trovai alcuni villaggi circondati di orti e di vigne; ed essendo il tempo della vendemmia quegli abitanti mi offrirono uve, e cestelle di saporitissime frutta.