Quasi tutte le strade di Costantinopoli sono anguste e sporche. I marciapiedi alti quattro o cinque piedi, mal lastricati ed incomodissimi; onde andava quasi sempre a cavallo. Le case hanno tante finestre che pajono gabbie. Ho già detto che sono di legno dipinte con vivacissimi colori, o disposte senza veruna regolarità. Ciò è cagione degli incendj che ogni anno distruggono qualche quartiere della città; ed in tempo della mia dimora fui testimonio di due, che arrecarono gravissimi danni: ma il fanatismo dei Turchi resiste costantemente a così funeste esperienze, e rifabbricano le nuove case com'erano le incenerite, lasciando alla Provvidenza la cura di conservarle. E per tal modo potrà dirsi tra non molto tempo che la città di Costantinopoli fu rifatta ben cento volte.
Ho vedute alcune botteghe di farmacisti come in Europa, una strada d'argentieri, e tutto un quartiere abitato da calderaj, di dove uscii affatto stordito. Passai pure per una lunga strada ove si vendono i vasellami di rame, notabile per la quantità immensa delle merci, e per la bella simmetria con cui vengono disposte nei magazzini.
Costantinopoli è la sola città musulmana in cui sianvi vetture. Quelle di cui io mi valsi sono sospese sopra quattro ruote ben proporzionate, cariche di dorature, coperte di tela bianca o rossa, e tirate da un pajo di cavalli guidati da un cocchiere a piedi a lento passo: sul di dietro della vettura si pone una scaletta di legno che vien collocata alla portiera quando si sale o si scende. I turchi non adoperano domestici, e sembra pure che sdegnino di servirsi delle vetture per girare la città, non avendovi costantemente vedute che donne.
Volli un giorno minutamente esaminare l'Ippodromo, chiamato dai turchi Admeïdan. È questa una piazza irregolare lunga all'incirca duecento cinquanta passi, e larga cento cinquanta; nel centro della quale s'inalza un bell'obelisco egiziano di granito rosso, somigliante alla guglia di Cleopatra in Alessandria; ma meno alto, sebbene gli si diano sessanta piedi d'elevazione: ogni facciata presenta una linea perpendicolare di geroglifici assai grandi. È sostenuto da quattro dadi di bronzo sopra una base o piedestallo fatto di varj pezzi di marmo grossolano mal lavorato, sul quale furono scolpite diverse bizzarre figure in rilievo, tutte in maestà, e del cattivo gusto greco de' secoli di mezzo. Mi fu detto che tali figure rappresentano i discepoli di Gesù Cristo: ma ciò che non ammette dubbio è, che questo piedestallo fa torto a così bel monumento, di cui presto o tardi ne cagionerà la ruina, per esserne le parti affatto mal legate.
A non molta distanza da questo obelisco egiziano se ne vede un altro alzato dai Greci ad imitazione del primo, che credo pure avere le medesime dimensioni; ma essendo formato di piccoli sassi di varie qualità e mal quadrati minaccia ruina, e presenta un singolare contrapposto di debolezza colla solidità dell'altro.
Trovasi presso a quest'obelisco un ospizio pei poveri, minacciato da un giorno all'altro di rimanere sepolto sotto le sue rovine.
Tra i due obelischi vedesi un terzo di colonna di bronzo mancante della parte superiore. Pretendesi che terminasse con tre teste di serpenti, i di cui corpi s'avvolgevano tenacemente intorno al fusto. Il bronzo è sottile assai, ed essendo bucato in più luoghi, si colmò di pietre l'interno vuoto. Il pezzo esistente può essere alto dieci piedi.
Dopo avere esaminati i monumenti dell'Ippodromo, mi diressi al S. O., facendo molte strade. In una piccola piazza osservai stese a terra due bellissime colonne di granito; e ne vidi altre due più piccole di verde antico presso alla porta di una casa affatto eguale alle altre. Vidi camminando molti mercati assai ben provveduti, ma separati gli uni dagli altri da lunghe strade affatto spopolate.
Finalmente giunsi al piede di un'alta torre, coperta d'un cono assai acuto; ed è una di quelle che formano il Castello delle Sette Torri ove si custodiscono i prigionieri di Stato; e come tale soleva ritenersi l'ambasciatore di qualunque potenza che dichiarava guerra al Sultano, e per questo solo motivo veniva imprigionato; ma pare che quest'usanza sia omai andata in desuetudine.
Scesi da cavallo, ed entrai nel primo cortile del castello; ove ben tosto mi si presentò un gran diavolo d'uomo con viso dispettoso; cui avendo domandato il permesso di osservare l'interno, n'ebbi un'assoluta negativa. Rimontai subito a cavallo, ed uscii dalla porta della città vicina alle sette Torri, volendo se non altro formarmi qualche idea di questa fortezza osservandola esteriormente; ma non vidi che un confuso labirinto di torri e di mura le une sopra le altre.