Nelle notti classiche del Ramadan le moschee sono illuminate, e magnifica è l'illuminazione delle moschee imperiali, e sopramodo bella quella di S. Sofia. In questa circostanza soltanto può aversi una perfetta idea di questa immensa cupola; perchè la luce che v'entra di giorno non basta a far rilevare la grandezza dell'edificio. Molte migliaja di lumicini posti lungo le cornici, sulle mondanature e le parti saglienti dell'interno, altre migliaja sospesi alle volte, ed una infinità di lampade di cristallo e di vetro di varia grandezza, fanno assai meglio comprendere la maestà di questo tempio che la luce del sole; e confesso che io non ne ebbi una compiuta idea fino all'istante che lo vidi illuminato.
Mi riuscì pur nuova la maniera di spegnere tanti lumi. Molti uomini con grandi ventagli di penne agitano l'aria, e ad ogni colpo spengonsene dieci, dodici, venti, benchè distanti otto o dieci piedi dal ventaglio; di modo che in pochi istanti tutto il tempio ritorna oscuro.
Mentre consumansi tanti lumi nelle moschee, ed anco sopra le torri ove non servono a nulla, non se ne trova un solo nelle strade, ingombre di nero fango, ed in mezzo a case ordinariamente dipinte di oscuri colori, che rendono ancora più cupa l'atmosfera; la luna non rischiara parecchie notti del Ramadan, e le profonde tenebre che regnano in tal tempo in tutte le strade mal selciate, più o meno ripide, e sempre bagnate, le fa incomodissime, quantunque si abbia seco una o due lucerne; perchè quelle adoperate comunemente dagli abitanti essendo coperte di tela rendono una così debole luce, che appena distinguonsi le persone che le portano; e la quantità di queste pallide luci che si vedono andare da un luogo all'altro come sospese in così bassa regione dell'aria, le fa rassomigliare ad una danza di spettri. In tempo di notte non ho mai incontrato donne per istrada.
Terminato il Ramadan l'ultimo giorno di novembre, si celebrò la Pasqua il 1.º di decembre. Il Sultano fece la festa alla moschea Ahmed Dieamisti, secondo praticarono i suoi predecessori. Desiderando di vedere il suo seguito, volli preventivamente prender posto nella moschea, perchè S. Altezza entra nella tribuna per di fuori; onde recatomi a quattr'ore del mattino in un'altra moschea vicina per fare la preghiera pasquale allo spuntar del sole, venni in appresso a quella d'Ahmed, ove trovai nel cortile due o tremila donne, pochi uomini, alcuni soldati bostangì, i giannizzeri, ed i cavalli del Sultano e del suo seguito. Prima che terminassero le cerimonie la strada era già affollata di gente, oltre due file di giannizzeri. Questi avevano l'ordinario loro abito, ed i bostangì avevano dei caftan rossi con lunghe berrette dello stesso colore. Una dozzina di giannizzeri avevano in dosso una specie di pianeta grigia, ricamata d'argento. Io mi posi nell'angolo interno della porta. Un certo numero di capigi bascialà sfilarono, vestiti di grandi caftan con finte maniche pendenti per di dietro, foderate di ricche pellicce, ed esternamente tessute d'oro ed avevano bellissimi cavalli riccamente bardati.
I personaggi d'alto rango avevano in capo doviziosi turbanti di cerimonia, a guisa di cono troncato e rovesciato, alto circa un piede e mezzo, tutto guernito di mussolina.
Molti ufficiali, e grandi impiegati del serraglio uscirono in appresso con magnifici cavalli; indi il Scheih el-Islam, o Mouftì circondato dai suoi Oulems o Dottori.
Gli tennero dietro dieci o dodici cavalli di apparato del gran Sultano, con bardature coperte di brillanti e di altre pietre preziose; ed in particolare ricchissime erano la briglia e le staffe di uno di questi cavalli. Alcuni altri avevano sulla sella a destra uno scudo del diametro di due piedi, ed a sinistra una sciabla, ricchissima d'oro e di gemme.
Volgendomi dall'altro lato vidi passare a cavallo Moussa Pacha Kaimakan del gran Visir in mezzo a quattrocento in cinquecento ufficiali, impiegati, e soldati tutti a piedi, che quasi lo portavano in aria. Avendomi conosciuto, mi salutò graziosamente, e continuò la marcia volgendo il capo per vedermi; ed uscendo dalla porta mi salutò di nuovo con un leggiero affettuoso sorriso, lo che fece tanta sensazione, che molti ufficiali dei giannizzeri chiesero alle mie genti notizia di me, dicendo che non avevano ancor veduto il sorriso sulle labbra di questo Catone Musulmano. Mi spiacque assaissimo che le circostanze non mi avessero acconsentito di andare ad abbracciare un così affettuoso amico; ma perchè questo riconoscimento avrebbe contrariato il mio piano di condotta, ebbi bastante forza per oppormi alle affezioni del mio cuore, e soffocare le passioni, che in simile circostanza avrebbero potuto vincere altri assai da più di me. In fatti potevo io, dopo aver resistito alle affettuose istanze, ed alle energiche persuasioni del mio più caro amico Mulley Abdsulem, e di suo fratello Mulley Solimano, abbandonarmi all'affetto che mi legava a Moussa Pascià, e forse rimanere oppresso dagli onori onde poteva ricolmarmi in meno di ventiquattr'ore?.... No: perdonatemi, caro amico: so che in quest'istante mi aspettate; ma io vi fuggo: domani abbandonerò Costantinopoli.
Seguiva il Kaimakan un corpo di bostangì a piedi: allora risuonò il grido di viva e comparve il Sultano a cavallo, ma coperto dai grandissimi pennacchi di sei in otto ufficiali che lo circondavano. Per altro potei vederlo in volto, e fargli un saluto, cui egli gentilmente corrispose: la sua tinta mi parve assai pallida e sparuta: aveva un bel caftan color rosso, ma la ricchezza, ed il lampeggiare della rosa e del pennacchio di brillanti che ornavano il suo capo, richiamarono come cosa affatto straordinaria e di una sorprendente ricchezza, tutta la mia attenzione.
Seguivano il sovrano tre grandi ufficiali, uno de' quali portava un altissimo turbante ricco di una rosa e di un pennacchio eguali a quelli del turbante che il Sultano aveva in capo; gli altri due un turbante ciascheduno della dimensione e forma ordinaria. Tutti questi turbanti appartengono a S. Altezza che ne pone in capo ora uno ora l'altro secondo vuole il rituale delle ceremonie della moschea.