Le mani mercenarie che governano l'impero turco vengono ricompensate delle loro cure con ricchezze proporzionate alla loro ambizione: ma le rendite dell'impero vanno ogni anno diminuendo per cagione delle ribellioni che stendonsi d'una in altra provincia: Pascià precedentemente nominati poco o nulla mandavano al tesoro pubblico: i tributi della Siria vengono assorbiti dal Pascià di Damasco sotto pretesto delle spese occorrenti per la carovana della Mecca, e nel presente anno (1807) il governo gli aveva inoltre mandate, sulle sue istanze, alcune migliaja di borse per le spese della guerra difensiva contro i Wehhabiti, i quali andavano di mano in mano sempre più restringendo i limiti del dominio ottomano, togliendogli ogni giorno qualche parte di provincia. Le rivoluzioni dalla Servia, della Moldavia e della Valacchia occupate dai Russi[7], la separazione delle reggenze barbaresche, finalmente le scandalose dilapidazioni del Pascià e degli altri impiegati turchi, hanno terminato di esaurire il tesoro. In tale stato di cose i grandi impiegati di corte non percepiscono gli appuntamenti annessi alle loro cariche, onde si procurano coll'intrigo il danaro che non ricevono dal tesoro.

In Turchia è permessa la vendita degl'impieghi, ma in ragione che l'impero si ristringe, diminuiscono anche gl'impieghi: è però vero d'altra banda, che se diminuisce il numero degl'impiegati, cresce in proporzione quello degli aspiranti; e la concorrenza ne accresce il prezzo; lo che torna press'a poco lo stesso per i cortigiani ma non per gli sgraziati popoli, perchè coloro che pagarono il doppio ed il triplo l'acquisto dell'impiego, si credono egualmente autorizzati a duplicare e triplicare le avanie. I popoli reclamano e si lagnano altamente, ma i loro pianti non si ascoltano, perchè il frutto di queste subalterne esazioni entrano nel prossimo anno in mano degl'impiegati di corte. Lo sdegno e la disperazione armano i popoli, che vengono poi chiamati assassini e ribelli: se lo stato ha bastanti forze per farli rientrare in dovere, come spesso accade, si sparge il sangue di molti infelici, e le cose rimangono nello stato di prima; ma l'impero perde sudditi e ricchezze; onde poi crescono i bisogni della corte, e per conseguenza le avanie. Questi mali diventano ogni giorno maggiori.

CONCLUSIONE.

Partenza per Bucarest in Valacchia. — Itinerario. — Adrianopoli. — Monte Emo. — La Bulgaria. — Rouscouk. — Il Danubio. — Bucarest.

Il mercoledì 2 decembre del 1807 secondo giorno della Pasqua dei Musulmani, Ali Bey andò nel sobborgo di Pera, di dove partì alla volta di Bucarest in Valacchia il 7 decembre, accompagnato da un Tartaro.

Allorchè partì da Costantinopoli desiderava ancora di accrescere le sue cognizioni con nuovi viaggi; ma non aveva ancora determinato quali paesi avrebbe visitati. Fidò quindi le sue carte ad un amico, cui permise di pubblicare dopo alcuni anni, incerto, se arrivato a Bucarest, prenderebbe la strada d'Oriente, d'Occidente o del Settentrione.

Mandò da Bucarest il suo itinerario di Costantinopoli, che soggiungiamo compendiato.

Il 7 decembre alloggiò nel villaggio di Konchouk Charmagi in riva ad un lago formato dal mare di Marmara.

Il giorno 8 passò per Bonyouk Charmagi, Coruhourgas, Boadas, fermandosi pochi momenti a Selivria, terra più grande delle altre posta sopra un piccolo scalo del mar di Marmara, con alcune moschee. Tutti questi villaggi sono abitati da pochi Turchi, e dai Greci più numerosi, che sembrano esservi alquanto meglio trattati che altrove.

Il 9 attraversò Kinikli, e si fermò a Djiorio, città di mediocre grandezza, ove sonovi alcune moschee. Il 10 passò a lato a Karrestan, e pernottò nel villaggio di Bourgas; di dove, dopo avere attraversato Baba-Eski, entrò l'11 in Adrianopoli. Questa grande città è posta al N. di una vasta campagna circondata da colline, sopra una delle quali trovasi parte della città: contiene molte moschee, alcune belle case, strade ben selciate, un grande bazar formato da più strade coperte, e fornito di botteghe d'ogni specie; ed ha un bel ponte sopra la Marissa, ragguardevole fiume che traversa la città. Adrianopoli è cinto da un parapetto di terra con una palizzata al di dentro, ed una piccola fossa esternamente. Vi si trovava allora il gran Visir, generalissimo dell'armata ottomana. Osservò per altro, che v'erano pochissimi soldati, e che le strade erano solitarie. Gli fu però detto che osservasse un accampamento fuori di città. E per tal modo stando il quartier generale de' Turchi ad Adrianopoli, trovavasi più di sessanta leghe lontano dalle armate attive.