—Sì, a far visita;—interruppe Gino, seccato e confuso ad un tempo.
—Ottima cosa avere dei buoni vicini!—osservò il commissario.—Si passa gradevolmente qualche ora del giorno, in attesa d'un fortunato cambiamento.
—Ha qualche cosa da annunziarmi?—disse Gino, riconducendo il signor commissario all'argomento della sua visita.
—Sì, e tale che le farà piacere. Ma io non ardirò sostituirmi al suo signor padre, cui spetta il piacere di dargli la notizia, dopo avere avuto il merito di provocare il fatto. Eccole una lettera del signor conte Jacopo, che le spiegherà meglio la cosa.—
Gino prese con mano tremante la lettera che gli porgeva il commissario; l'aperse, non senza fatica, e lesse quel saggio della prosa paterna.
«Mio caro figlio,
«Avrei dovuto, per i torti vostri e per il danno morale che essi hanno recato alla mia casa, lasciarvi dove il giusto rigore del Governo vi aveva confinato. Ma son padre, e mentre la mia severità non muta i suoi giudizi, il mio cuore e lo stesso decoro della famiglia non potevano che farmi desiderare di veder cancellata con un atto di clemenza sovrana quella macchia che i vostri diportamenti hanno fatta al buon nome dei Malatesti. Sua Altezza Serenissima ha voluto accogliere benignamente le mie preghiere, ed esagerando nella sua grazia qualche merito mio, non vedere nei vostri atti che l'effetto di una leggerezza giovanile, che il tempo e i consigli correggeranno, se già non è bastato l'esempio salutare di tre mesi di confine. Quasi sarebbe inutile il dirvi che io mi sono impegnato formalmente e solennemente per Voi, promettendo che d'ora innanzi avreste mutato intieramente il vostro tenore di vita, e in particolar modo per quel che si attiene alle relazioni, alle amicizie. Meno amici avrete, e più potrete sperare di averli sicuri. Del resto, vi sarà libera la scelta nella vostra medesima classe, con maggiore onor vostro e rispetto al principio di autorità, di cui tutti, se onorati del favore sovrano, rappresentiamo una parte. Nutro speranza che non mi farete bugiardo, e non mi costringerete a considerarvi straniero alla nostra famiglia. Desidero frattanto di rivedervi presto, e a quest'effetto mi recherò giovedì mattina ad incontrarvi a Sassuolo. La mia età non mi permette di fare un più lungo viaggio. Vi aspetterò dunque colà, nella giornata di giovedì, lasciandovi in questo modo il tempo di fare le vostre valigie.
«Vostra madre, i vostri fratelli e le vostre sorelle vi abbracciano con me.
«Vostro padre
«Conte JACOPO MALATESTI.»
Giovedì, a Sassuolo! E che giorno era quello? Ahimè, un martedì. Gino rimase istupidito dal colpo. Giovedì a Sassuolo! Ma bisognava dunque partire quella sera medesima? Al più al più, sull'alba del giorno seguente? Il poveretto non ci vedeva più lume, e sicuramente si sarebbe trovato in un bell'impiccio, dovendo ripigliare la conversazione col signor commissario, se in quel punto non fosse capitato Aminta al soccorso.