—Andate, conte;—diss'egli.—Non farete in tempo a preparare le cose vostre, se aspettate dell'altro.

—Si, vado;—rispose Gino, scuotendosi;—ma ritornerò al più presto possibile.

—Questa sera, perbacco! Pellegrino s'incaricherà lui di trasportare le valigie. Aminta vi aiuterà a farle.

—Sì, sì;—mormorò Gino, che non aveva più volontà. E si allontanò, seguito da Aminta, dopo aver salutate le signore, più che con le parole sue, con gli occhi pieni di lagrime.

—Coraggio, via!—gli disse il signor Francesco, che lo aveva accompagnato sull'uscio di strada.—Si direbbe che nei momenti solenni, dove è più necessaria l'energia del carattere, essa vi manchi del tutto. Siate uomo, conte Gino: pensate alla vostra famiglia, che rivedrete doman l'altro; a vostro padre, che abbraccerete domani.

—Ma io, signor Francesco…. padre mio… avevo posto il mio cuore qui! E se permettete….

—No, amico mio!—interruppe il vecchio Guerri, abbracciandolo.—Non dite nulla, perchè il tempo stringe. Mi parlerete del vostro cuore, quando verrete a riprenderlo.—

Mezz'ora dopo, andando a spron battuto per la via del bosco, Gino ed
Aminta giungevano a Querciola.

Il Mandelli fu maravigliato di quella partenza improvvisa del suo inquilino; ma lo aveva sempre veduto così poco, che non ebbe ragione di piangere. Non si dovevano commuovere niente di più i rustici abitanti di Querciola, che non avevano veduto mai il forastiero traversare il paesello, tranne una volta, ed al trotto, confuso in una allegra cavalcata co' suoi amici delle Vaie: coi re della montagna, come si usava dire lassù.

Le valigie furono presto fatte. L'unica noia un po' grossa era quella di mettere in ordine le carte, che ingombravano il tavolino e i cassetti del conte. Sul tavolino, per esempio, c'erano alcuni fogli pieni di versi e di cancellature; il principio di una ballata, che portava un bel titolo, scritto a grossi caratteri: La Ninfa del Lago.