—Che?—disse Aminta.—Scrivevi dei versi?

—Per tua sorella;—rispose Gino,—E resteranno incompiuti.

—Li finirai a Modena e ce li porterai a leggere per il quattro di ottobre. Hai due mesi di tempo, non poco nè troppo, per tutte le cose che avrai da fare laggiù;—disse Aminta, appoggiando forte sulla frase.—Il quattro di ottobre è l'onomastico di nostro padre.

—E tutti i suoi figli debbono fargli corona, in quel giorno!—rispose
Gino, animandosi.—Non mancherò, te lo prometto.—

Nel raccogliere le carte che stavano pigiate entro i cassetti, venne fuori la lettera di Lucca.

—To'!—disse Aminta.—Ecco una lettera che non hai neanche aperta.

—Ah sì, è vero;—rispose Gino, crollando la testa.

—Perchè non la leggi?—chiese Aminta.

—È la lettera d'un noioso; ci sarà sempre tempo;—replicò Gino.—Oggi ho un diavolo per occhio.—E con atto risoluto cacciò la lettera in tasca, per farla finita una volta. Sì, questo era il suo pensiero, per farla finita. Ma oramai non poteva più sciogliersi da un altro pensiero, che era quello della lettera, ritornata nel suo soprabito. Il foglio malaugurato gli dava noia, gli destava un senso di bruciore sul petto. Oh, finalmente! Che cos'era quel foglio, di cui sentiva tanta paura? Non ne aveva forse avuto abbastanza, di dolori, e non sopportava egli già la pena più acerba, con quella energia che gli aveva infusa una esortazione del vecchio Guerri, del padre di Fiordispina? Alla peggio, non era quello il suo giorno triste? Non era quello il momento di bere tutto, fino alla feccia, il suo calice di amarezze? La curiosità non c'entrava punto, e questo egli lo sapeva bene; se non ne fosse stato certo, gli sarebbe bastato ricordare otto giorni della più superba noncuranza. Il conte Gino andò allora nel vano della finestra, cavò di tasca la lettera, la spiegazzò un poco fra le dita; poi ruppe il suggello.

—Ah, finalmente!—borbottò egli.—È fatta. Vediamo questo maledetto foglio, che fa tanta paura. Non ne salterà mica fuori una vipera!—