Le valigie erano fatte, ed Aminta le consegnò a Pellegrino, che doveva portarle alle Vaie. Il Mandelli era sull'uscio, e Gino gli strinse la mano, ringraziandolo della sua ospitalità, che del resto aveva rimunerata, oltre il prezzo pattuito, con qualche donativo alla famiglia. Ciò fatto, senza dare un pensiero d'addio a Querciola, dove in tre mesi di confine era vissuto così poco, Gino Malatesti rimontò a cavallo. Partito dalle Vaie nel pomeriggio, ritornava alle Vaie sull'ora del tramonto.

—Far presto e bene,—avrebbe detto il signor commissario,—è la grand'arte della vita. Ed io godo, vedendo la sua prontezza, signor conte Malatesti, godo nel pensare che questi esempi le vengono dall'alto.—

Gino Malatesti, per altro, non sapeva di aver fatto nè ben nè male, poichè tutto il carico dagli apparecchi era stato sopportato da suo fratello Aminta. Neanche pensava di aver fatto presto, mettendo appena due ore tra la partenza ed il ritorno. Una cosa sola sapeva e pensava egli in quel punto: che la mattina, sull'alba, cioè fra dieci ore, a dir molto, avrebbe dovuto lasciare il suo paradiso.

Capitolo X.

La fanciulla dei Guerri.

Che pensava frattanto la fanciulla dei Guerri? La poveretta, partito Gino, si era ritirata nella sua camera verginale. A piangere, sicuramente, a piangere, guardando tra le lagrime i mazzolini, che il conte Malatesti soleva gittarle ogni giorno. Quei fiori, la più parte disseccati, erano tutto il suo dolce passato; gli ultimi, ancor freschi, solamente appassiti, sarebbero disseccati anch'essi tra breve. Nè ella sapeva quando sarebbe ritornato il donatore, e pensava invece con terrore che chi parte…. No, no, non era possibile! Gino Malatesti, un animo nobile, un gentiluomo, doveva ritornare, come aveva giurato.

Il conte Gino era giunto tra quei monti, era apparso a lei con l'aureola del proscritto. Fiordispina Guerri non aveva veduto il nobile, il cavaliere di città, l'elegante giovanotto, come tante altre avrebbero fatto al suo posto. Lo aveva ammirato perchè amante della sua patria e per lei disposto a soffrire; si era sentita attrarre da lui, perchè egli recava con sè, profumo incantevole, quella gentilezza di atti e di pensieri che ella stessa chiudeva nell'anima; lo aveva amato, perchè egli rispondeva ad un tipo ideale del suo cuore, quel tipo che ogni fanciulla ha sognato nella sua celletta di educanda, o nella pace un po' fredda delle pareti domestiche.

Anch'ella lo aveva intravveduto, quel tipo: da principio nel Damone e nel Pizia delle Novelle del Soave; poi nel Niso e nell'Eurialo dell'Eneide, tradotta del Caro; meglio ancora nel Telemaco di Fénélon, su cui aveva studiato il suo francese, e nel Tancredi della Gerusalemme, che l'aveva iniziata alla grandezza dell'ideale cavalleresco e alle bellezze del linguaggio più nobile che mai abbia parlato per bocca italiana l'amore. Questo tipo, sempre conteso, sempre gelosamente nascosto alle fanciulle nella loro educazione morale, trapela ad ogni istante, da ogni pagina della loro educazione letteraria. A farlo a posta, si ottiene un fine ben diverso da quello che presiede alla educazione femminile. Non vedendo mai quel tipo nella sua verità più umana e più umile, una fanciulla se lo foggia nella fantasia, più grande del vero, elegante, eroico, tenero, maraviglioso, sublime, come tutti quei tipi di perfezione, che ricorrono, per onore della umanità, nei poemi più emendati, nelle novelle più castigate, nelle storie più sommariamente narrate. Anche il giovane Scipione, in Ispagna, Curzio sull'orlo della voragine, Caio Gracco, nel Foro, perfino Cesare, nelle Gallie, diventano personaggi poetici, tipi leggendarii di virtù pericolosa, come Tancredi e Telemaco.

Alle Vaie, dov'era ritornata dopo parecchi anni di conservatorio, alle Vaie quel tipo ideale non esisteva, e la fanciulla dei Guerri aveva un po' sofferto, per avvezzarsi a quel crudo contrasto fra le immagini della scuola e la realtà della vita.

Qualche volta, sui primi tempi, ricordando le favole dell'infanzia e le belle fantasie del poeta così caro alla sua famiglia, la fanciulla dei Guerri si figurava di essere una principessa chiusa da qualche scongiuro di strega in un castello incantato. Era necessario, per liberarla, che ad un bel cavaliere, dopo molte prove eroicamente sostenute, toccasse la sorte di possedere il talismano, davanti a cui tutti i ponti levatoi si calavano e tutte le porte meglio chiuse si aprivano. E il bel cavaliere giungeva, e il mago custode spariva fremendo, e Fiordispina era condotta dal cavaliere con gran pompa e dimostrazioni d'ossequio alla corte del re suo padre. Nelle favole cavalleresche il padre è sempre re, e il suo regno è facilmente tagliato dalla pezza, nei vasti dominii di Artù.