Altre volte il sogno prendeva un diverso indirizzo. La realtà incominciava a gravar d'ogni parte, come un'aria densa, sulle ali della fantasia. Il suo fratello Aminta era un giovanotto tagliato alla montanara, ma di buon'indole e di sentimenti generosi; aveva dimenticato una parte del latino imparato alle scuole di Modena; le cacce, i mercati, le serre, avevano un po' trasformato la sua dolce natura. Ma il fondo restava, ed ottimo; una donna di delicato sentire, amandolo com'egli meritava, avrebbe potuto trasformarlo da capo, trarre il cavaliere dalla ruvida corteccia del montanaro. Perchè la fanciulla dei Guerri non avrebbe potuto operare un miracolo come quello, sull'animo giovane e buono di un altro principe della montagna? Era un vicino, un congiunto di sangue, e le occasioni di vederlo, di studiarlo, non sarebbero mancate. A quel giovane montanaro ella infondeva i suoi proprii sentimenti, il suo modo di vedere, tutto quel po' che aveva imparato, tutto il più che alla sua mente dicevano le aurore e i tramonti, le acque correnti, le solitudini profonde e i grandi echi delle alti convalli. Così intesa, così avviata alle regioni del pensiero, la vita poteva ancora esser bella. Perchè, voi lo indovinate, o lettori, Fiordispina era tirata al fantastico dalla sua stessa condizione, dal contrasto naturale tra un'educazione perfetta, che aveva ricevuta in conservatorio, e il nuovo genere di esistenza a cui la condannava oramai il soggiorno delle Vaie. Un po' romantica, adunque, ma tanto da non guastare; e poi, sotto quel lieve tessuto di sogni e di larve poetiche, la donna di carattere non aveva indugiato molto ad apparire.
Proprio in quel tempo si era incominciato a dire, nella gran sala dei Guerri:—Tra qualche giorno avremo la visita del nostro cugino Ruggero. Suo padre ci annunzia che il giovinotto è andato a Reggio, per certe faccende di casa, e poi verrà da noi, per vedere le serre. Dev'esser grande, oramai, il cuginetto! Come passa il tempo! Ci par ieri, il giorno che lo abbiam visto bambino, in compagnia di sua madre.—
Era passato per la mente della fanciulla che il giovane montanaro dei sogni fosse il cugino Ruggero? Sì e no; anzi diciamo meglio: ne sì, ne no. Poteva esser egli, come poteva esser un altro. Quando la fanciulla sognava, nessuna immagine spiccata si offriva agli occhi della sua fantasia. Il montanaro discepolo non aveva dunque un tipo, un viso conosciuto, o altrimenti foggiato su notizie domestiche. Anche il principe del talismano, il principe liberatore, faceva capolino qualche volta, ed anch'egli era un'immagine confusa, non era biondo, nè bruno. Era il principe, era l'invocato, il consolatore che si aspetta, pensando a lui tra un punto e l'altro dell'ago frettoloso.—Vediamo;—dice tra sè la fanciulla;—giungerà egli, prima che io abbia finito questo ricamo, che sarà pure così lungo?—Così immaginarono i Greci che usasse Penelope, aspettando il marito. E perchè Ulisse non giungeva mai, la bella regina era costretta a disfar nella notte il pezzo di tela che aveva ordito nel giorno. Ma ciò, evidentemente, per la necessità del romanzo, in cui, elementi perturbatori della tacita aspettazione di lei, entravano i Proci importuni e arroganti. Le fanciulle non hanno da disfar nulla, salvo qualche maglia mal fatta, o qualche punto mal messo; aspettando l'invocato, il principe del talismano, fanno sempre nuovi lavori, adornano dei loro ricami la camera dei parenti, la culla del fratellino, il salotto, e via via tutta quanta la casa, prima che il principe arrivi. Talvolta, ahimè! giunge la sua caricatura, il suo nano, il suo buffone arricchito e giubilato. Che pianti, allora, mie povere bambine! Come è diversa, come è lontana quella figura, dalla immagine non veduta bene, ma sentita nel sogno! E come si preparano, in un giorno di festa (così è costume di chiamarlo, perchè vi adornano a festa) i giorni dolorosi delle ripugnanze invincibili!
Non auguriamo questa sventura alla fanciulla dei Guerri. A lei, quando meno lo aspettava, il principe del talismano era apparso. Aveva corona di conte, e si chiamava Gino Malatesti. Inoltre, era proscritto, per grande amore della sua terra, l'Italia, per quella Italia che ella aveva imparato ad amare nelle rime di tutti i poeti della patria; così degli antichi, che le avevano lasciati leggere in iscuola (Dante, ad esempio), come dei più recenti, che aveva trovati, gelosamente custoditi, nella piccola libreria di suo padre e di suo fratello Aminta. Proscritto! Quel nome era allora un titolo di nobiltà, ben maggiore di tutte le corone e di tutti gli stemmi; era il marchio della sventura, il sigillo del valore; era come un diritto alla pietà, all'amore, poichè la pietà è sua sorella, in ogni cuore di donna. Fiordispina si era impietosita: e quando aveva guardato dentro di sè, si era avveduta di amare il proscritto, di amarlo con tutte le forze dell'anima.
E qual pace in lei, quando ebbe scoperto lo stato del suo cuore! Calde e vaste ed impetuose correnti attraversano il grembo dei mari profondi; mentre la superficie è tranquilla, e limpida e tersa come un cristallo sembra sorridere al cielo, di cui porta amorosamente i colori. Ah, fosse durata sempre così, la sua vita, senza chiedere, senza sperar nulla di più, confusi in quella estatica calma degli amori eterni! Ma anche Gino l'amava di quel medesimo amore? Sì, l'arrivo di Ruggero, del cugino, aveva giovato ad istruirla anche di ciò. Biondo e forte montanaro, Ercole adolescente, anima candida, che a guisa di molle cera avresti potuto prendere ogni impronta dalla volontà della gentile educatrice, aveva ella pensato a te un solo momento? Fiordispina intravvide ciò che forse era passato per la mente de' suoi; lo intravvide alla gelosia che la presenza di Ruggero aveva destata nel cuore di Gino. Ma come? Era proprio geloso, il conte Malatesti? E di chi? Ruggero Guerri era un bel giovane, e la bellezza, anche non osservata in modo particolare, è fatta per piacere agli occhi e per ispirare la simpatia. Fiordispina non poteva sentir ripugnanza per suo cugino; avrebbe potuto amarlo, sì, come amava suo fratello Aminta, come si amavano tutti, in quella buona stirpe sana dei Guerri. Ma amarlo di un altro amore, lui? Era possibile? Poteva il conte Gino solamente pensarlo?
Il cugino Ruggero, venuto per pochi giorni alle Vaie, ne era ripartito, senza capir nulla, senza indovinare, senza immaginare neanche il segreto delle calde e vaste ed impetuose correnti che attraversavano il grembo di quel mare azzurro e tranquillo. Siamo sugli Appennini, e scambio delle correnti del mare si dovrebbero ricordare i gorghi di un lago. Ci pensava ella, in quel punto, al lago della Ninfa, e al giorno in cui era andata con Gino a visitarlo? O scoglio solitario, o letto della Ninfa, al cui piede erano approdati insieme! O sasso di Bismantua, dove il suo nome era stato inciso nella scorza di un faggio, accanto a quello di Gino, e sotto a quello del divino Poeta, del padre della patria! Come si erano collegati, consertati e confusi quegli amori supremi! Certe cose non si sentono e non s'intendono più, nelle città popolose. Dante, ad esempio, non è tra noi che un importuno, strumento di tortura ai cervelli adolescenti del ginnasio e del liceo, pascolo gradito solamente ai vecchi barbogi, ai commentatori, a tutta la noiosa caterva degli eruditi. Quando per caso è citato in un libro, si sospira, si levano gli occhi al firmamento, come se si volesse fare un'offerta delle proprie afflizioni all'Altissimo. C'è ancor questa abitudine delle offerte, pur non credendo alla divinità. Se poi è citato in un romanzo, apriti cielo!—Come? «Anche qui, la smania erudita?»—Ma là, sul monte, dove non arrivano le sinfonie dei sapori acuti e degli odori dell'arte nostra, lassù il padre della patria intellettuale è ancora onorato. Il monte, come già per gli antichi popoli, è sempre un altare, su cui si offrono, ostie innocenti e grate, i nostri sensi più miti, i nostri affetti più nobili.
Così tutti quei giorni di purissima gioia erano passati davanti agli occhi di lei. Pensando a quei giorni, era possibile immaginare che Gino non fosse più Gino? No, l'amore che gli traspariva dal volto, che aveva reso tante volte eloquente il suo labbro, doveva essere custodito così gelosamente nel suo cuore, com'erano custoditi da lei tanti poveri fiori appassiti. Infine, doveva andare. Poteva egli ribellarsi al comando? Dimenticar la famiglia? quella famiglia, in cui ella stessa… No, doveva andare, non poteva trascurare i suoi, le persone da cui dipendeva tutto, anche per lei, per la sua felicità futura. Andava, finalmente; sarebbe ritornato. Stare un mese, anche tre, lontana da lui, triste cosa! Ma è delle donne il soffrire in silenzio. Avrebbe sofferto; sarebbe stata forte; voleva esser forte, e sorridergli.
Si scosse, allora, richiuse i suoi fiori, ed escì sul terrazzo, per respirar l'aria viva della montagna. Era tempo. Si udiva da lunge lo scalpitìo dei cavalli. Gino ritornava da Querciola alle Vaie: appariva già, tra le lunghe file dei cerri. Portava egli forse il mazzolino consueto, raccolto nel bosco per lei? No, pur troppo, veniva a mani vuote, per allora. Ma come avrebbe potuto raccogliere i fiori delle balze, ritornando a cavallo? Ed anche in compagnia di Aminta. Si può pensare a queste cose, in presenza di un terzo, sia egli pure un fratello? L'amore ha la sua verecondia, o non è più l'amore.
Ma vedete, come il pensiero di Gino rispondeva al suo. Il cavaliere si era arrestato al punto in cui soleva fermarsi ogni mattina, scendendo alle Vaie. Non aveva gittato un mazzolino, ma faceva un saluto, un gran saluto, in cui parve offrirle tutto se stesso. Un alito caldo venne ad accarezzarle la guancia; ella arrossì, come soleva, ma respirò, bevve quel soffio consolatore, e rientrò nella sala poco prima del suo diletto. Quando lo vide apparire sull'uscio, era calma, era forte; e gli sorrise, mentre egli si avvicinava, e dagli occhi e dalle labbra, dall'atteggiarsi di tutta la persona di lei, spirava un pensiero solo:—Grazie, bel conte, vi amo, vi aspetterò!—
Gino Malatesti era triste. Parlò del suo viaggio come un poveretto che va incontro alla morte. Amava la sua famiglia, sì, ma non si era ancora assuefatto all'idea di lasciare il suo dolce luogo di pena. Qual pena, infatti! L'avrebbe accettata di grand'animo per tutta la vita. Ma sarebbe ritornato, e presto. Alla peggio, perchè bisognava prevedere anche il peggio, non voleva mancare per i quattro di ottobre, all'onomastico del re della montagna. Se il signor Francesco era un re, non dovevano trovarsi presenti tutti i suoi vassalli, per rendergli omaggio di fedeltà?