—Niente di meno!—scappò detto al prevosto.

E avrebbe voluto soggiungere: «troppa grazia, sant'Antonio!»—ma gli parve inopportuno, e se ne astenne.

—Aminta non dice tutto;—rispose Gino.—Son già parecchi, i versi della ballata; ma sono anche più le cancellature, i pentimenti, che non ne ha avuto un maggior numero la famosa ottava della rosa, nel manoscritto dell'Ariosto. I miei versi entreranno almeno per questo in paragone coi suoi;—soggiunse Gino umilmente.—Anch'io, del resto, da poeta novellino, cerco di fare il meno peggio che so. Non dubiti dunque, Don Pietro; la ballata che Ella aspetta da me, sarà il compito mio, la mia consolazione, nei tristi ozi di Modena.

—E ce la porterà?…

—La manderò prima. Se la signorina vuole imprestarmi il suo albo, quei versi, scritti là dentro, saranno i miei messaggeri alle Vaie.—

Fiordispina si alzò, per andare alla sua biblioteca, che era in fondo alla sala. Gino, vedendo l'atto di assenso, si affrettò a seguir la fanciulla.

—Ah, signorina!—mormorò egli, sospirando, mentre ella apriva l'invetriata.—È assai tristo il partire.

—Coraggio!—rispose ella.

Ma la sua voce tremante diceva chiaro com'ella avesse più mestieri di trovarne per sè, che non d'infonderlo altrui.

—Coraggio!—ripetè Gino.—Ne ho; ma questa partenza, così improvvisa, mi lacera il cuore.