—Ebbene, non dovevate….—rispose ella, facendo uno sforzo supremo, per reprimere un singhiozzo;—non dovevate partire ad ogni modo, per ottenere….
—Un consenso?—diss'egli, compiendo la frase, rimasta interrotta sul labbro della fanciulla.—E l'otterrò. È la mia certezza, sarà il conforto di questa separazione. Mi amerete voi sempre?
—Sempre!—rispose la fanciulla.
—Giuratelo,—
Fiordispina levò gli occhi umidi al cielo e stese la mano al conte
Malatesti.
Le parole non erano udite, ma l'atto fu alla vista di tutti. Ed era un atto solenne.
Gino doveva partire all'alba; però la conversazione fu breve, quella sera, nella gran sala delle Vaie. Il giovanotto recò l'albo di Fiordispina nella sua camera, in quella camera dove aveva passata la prima notte del suo dolce esilio alle falde del monte Cimone.
Dormì poco, il conte Malatesti, in quell'ultima notte d'esilio; dormì poco, e pianse assai. L'alba apparve più presto ch'egli non l'aspettasse. Già l'aveva annunziata il grugar dei colombi nel cortile ancora immerso nel buio; l'accompagnavano i primi rumori della casa, e lo strepitar dei cavalli che Pellegrino sellava sull'ingresso della scuderia. Gino si era vestito in fretta, e già infilava il soprabito, quando sentì battere all'uscio della sua camera.
—Su!—gridò la voce di Aminta.—È l'ora. Il caffè ti aspetta fumando.—
Nella gran sala erano già parecchi dei Guerri, e comparvero tutti all'entrata dell'ospite: il signor Francesco, la sorella Angelica, la cognata Olimpia, il fratello Orlando, la figliuola Fiordispina, che il conte Malatesti cercò subito con gli occhi pieni di tristezza e di desiderio.