Gino stava per mandare a quel paese il sindaco, il commissario e tutti i suoi pari, quando ravvisò l'applicato. Fermò allora il cavallo, per sapere che cosa avesse da dirgli quell'altro.

—Signor conte, una parola, di grazia!—incominciò l'applicato.—Il signor commissario desidera vivamente di offrirle i suoi omaggi.

—Non si potrebbe fare a meno…—borbottò Gino,—di disturbarlo a quest'ora?

—È già quasi all'ordine;—riprese l'applicato, senza aver l'aria di capire.—Finiva appunto di vestirsi, quando ha sentito i cavalli. Vorrebbe Ella scendere un momentino? Farebbe un piacere anche a me;—aggiunse a mezza voce, inchinandosi.

—Scenderò;—disse Gino.—Vuoi tenermi il cavallo, Aminta?

—Siamo a pochi passi dal mulino;—rispose Aminta.—Lo conduco laggiù, e potrai venire con tuo comodo a piedi.—

Disceso da cavallo, il conte Malatesti si avviò verso la casa del sindaco, in compagnia dell'applicato.

—Grazie!—mormorò questi.—Quando saremo più sotto alla casa, e non più veduti dalle finestre, rallenti un poco; ho qualche cosa a dirle.—

Gino ricordò allora l'occhiata che quell'altro gli aveva data il giorno prima. E rallentò il passo, dove il compagno indicava.

—Non ho tempo per farle un lungo discorso;—incominciò l'applicato, come furono al coperto.—Ma badi, signor conte, un'altra burrasca si prepara, e più grave. Se ha amici potenti a Modena, com'è dimostrato dalla grazia ch'Ella ha ottenuta, ad onta di certe aggravanti, non perda un minuto a scongiurarla.