—Ma che è? che debbo fare?—chiese Gino, turbato.
—Giuseppe è avvertito; le dirà ogni cosa. Si tratta dei suoi amici di qui.
—Dei Guerri?
—Per carità, stia zitto; non dia segno di nulla, a nessuno; rovinerebbe me e la mia povera famiglia.
—Non tema, non tema;—disse Gino sollecito.—Vedrò Giuseppe; saprò da lui quello che c'è di nuovo, e quello che dovrò fare.
—Con prudenza, mi raccomando;—rispose ancora l'applicato.—Sono un amico della buona causa; comprometter me sarebbe un far danno a quella.
—Lo so, non dubiti, sarò prudente;—bisbigliò Gino, mettendo piede sulla soglia.
In capo alle scale appariva allora il signor commissario. L'ufficioso personaggio chiese un milione di scuse per la libertà grande che si era presa, fermando il signor conte Gino a mezza strada e obbligandolo a scendere da cavallo. Ma in verità non lo aspettava così presto. Come si vedeva che il signor conte aveva fretta di giungere a Sassuolo e di cader nelle braccia di suo padre! Amor di figlio, e largamente ricambiato dal degnissimo conte Jacopo! Lo riverisse in nome suo, quell'eminentissimo soggetto! Il conte Jacopo doveva sapere per la bocca di suo figlio che nessuno, nei felicissimi Stati di Modena, Massa, Carrara e Guastalla, gli era più affezionato, più sviscerato, più divoto servitore del commissario Camotti.
Gino promise, per farla finita con tutte quelle smancerie; toccò la mano a lui, la strinse all'applicato e ritornò sulla strada.
La testa gli ardeva, per tutto quello scombussolìo che ci avevano messo le parole oscure dell'applicato. Si ritrovò al mulino, e davanti alla vettura, senza sapere come avesse fatto a giungervi.