Aminta lo vide stralunato, ma attribuì quella condizione di spirito all'angoscia del distacco.

—Animo, dunque!—gli disse.—Dammi un abbraccio e parti.—

Gino gli gettò le braccia al collo e lo baciò ripetutamente sul viso.

—Sempre uniti, non è vero? Qualunque cosa accada, siamo l'uno per l'altro;—mormorò Gino singhiozzando.—Casa Guerri ha in me più che un amico riconoscente. Un fratello per te. Aminta; un figlio per tuo padre. Darei, non una, cento vite per voi.—

Aminta non capì il discorso di Gino; ma neanche era necessario di capire ciò che si poteva mettere sul conto della commozione. Aiutò l'amico a salire in carrozza, gli strinse ancora una volta la mano, gli diede un addio affettuoso, poi fece un gesto al vetturino.

—E svelto!—gli disse, ritraendosi dal montatoio. Il vetturino fece scoppiettar la sua frusta, e i cavalli partirono di trotto, poi presero a dirittura il galoppo.

—Povero ragazzo!—esclamò Aminta, restando là in mezzo alla strada fino a che vide la carrozza.—Com'è addolorato! Ma se ha da ritornare, che c'è da disperarsi tanto? Mia sorella, piuttosto…. Son così tenere al pianto, le donne!

Capitolo XI.

La notte di Sassuolo.

Che viaggio fosse quello del conte Gino Malatesti è facile indovinarlo, dopo aver veduta la partenza.