—Giuseppe è avvertito; Giuseppe le dirà ogni cosa;—ripeteva egli, ad ogni tanto.—Ma che? Una nuova burrasca, e più grave, si addensa. E sugli amici miei, sui miei ospiti, sul padre e sul fratello di Fiordispina!—
Così pensava, così veniva tormentando lo spirito. Ma che avevano fatto i Guerri, da meritare gli sdegni del governo ducale? Erano forse sospettati, presi di mira per colpa sua, per le oneste accoglienze che avevano fatto ad un povero confinato? Ma non era egli perdonato e richiamato in patria? E che giustizia era quella, che assolveva il reo, e perseguitava gl'innocenti, per il solo fatto di non avergli negato l'acqua ed il fuoco?
Un'idea gli si affacciò, ma tardi, alla mente. Il viaggio al lago della Ninfa: la barca gittata in quelle acque, nel nome della patria, della gran madre Italia! Ma come potevano risapersi quelle cose a Modena, se lassù non erano che i Guerri, e famigli affezionati dei Guerri? Pure, qualcheduno, o per vanto, o per altra leggerezza, doveva aver accennata la cosa. «Ad onta delle aggravanti» aveva detto a lui l'applicato. E quali, le circostanze aggravanti, se non erano quelle? Ma allora, perchè il perdono a lui, e agli altri la persecuzione, fors'anco il processo e la pena?
Gino Malatesti arrivò a Sassuolo in uno stato veramente compassionevole. E partendo dalle Vaie credeva di aver bevuto tutto il suo calice di amarezza, il poveretto! I terrori stillati nell'anima sua da un umile impiegato, che pur credeva dargli un avviso salutare, lo avevano quasi impietrito.
Un servitore di casa sua, ma non il fido Giuseppe, era in vedetta all'entrata del paese. Veduta la carrozza, si fece innanzi, riconobbe il conte Gino, e gli annunziò la presenza del padre. Poteva dunque smontare, ed egli lo avrebbe accompagnato. Gino seguì macchinalmente il messaggero, entrò in una casa senza domandar di chi fosse, e salita una scala, ed entrato in un salotto grande vuoto e freddo come son quasi sempre i salotti dei palazzi di campagna, si trovò al cospetto (bisogna proprio adoperare la classica parola) del conte Jacopo Malatesti. Avrebbe dovuto salutarlo con effusione di affetto, buttarsi magari a' suoi piedi ed abbracciargli le ginocchia, come un figlio pentito; ma questo, che non avrebbe fatto mai, poichè non aveva da pentirsi di nulla, non gli passò neanche per l'anima. Mormorò appena una parola, e porse la guancia, come se la separazione fosse stata di due giorni e si trattasse soltanto di un amplesso di cerimonia.
Fortunatamente il conte Jacopo non era molto espansivo per indole, e faceva le sue dimostrazioni d'affetto con una grazia riguardosa, piuttosto destinata a salvar le apparenze, che rispondente ad un bisogno del suo cuore paterno. Il signor conte non era venuto senza un perchè ad aspettare il figlio a Sassuolo. Voleva aver tempo e libertà di fare una lavata di testa, ma coi fiocchi, e lontano dalla famiglia, la cui presenza gli avrebbe tolta l'occasione, scemata la gravità della cosa. A Sassuolo, poi, era smontato in casa di un vecchio amico suo, il barone Pradini. Il palazzo era grande, e aveva un quartierino appartato per gli ospiti; luogo adatto se altro fu mai ad ogni libertà, ad ogni severità di discorso.
L'incontro, adunque, fu freddo e cerimonioso che nulla più. Gino, d'altra parte, era come smemorato; non vedeva, non intendeva niente di ciò che gli stava dintorno, o che gli toccava di fare. Desiderava la presenza di Giuseppe, il nostro povero Gino; ma Giuseppe non c'era, ed egli doveva starsene con l'anima in soprassalto fino a Modena, che era come dire fino al giorno seguente. E peggio ancora quella fermata a Sassuolo, che non il viaggio di Fiumalbo fin là; poichè nelle ore passate in vettura aveva smaniato da solo, in piena libertà, mentre da Sassuolo a Modena, con suo padre al fianco, doveva tenere un contegno rispettoso di figlio, e di figlio che ritorna a casa, perdonato sì dal governo, ma non ancora, nè forse mai intieramente, dal capo della famiglia.
Infatti, egli aveva ferito quel padre nel più vivo dell'esser suo, in quella fedeltà che casa Malatesti si vantava di aver mantenuta, anche in tempi difficili, al governo legittimo. Ciò che Gino aveva fatto per meritare i primi rigori dell'augusto padrone, non era solamente una offesa al suo blasone, ma anche uno scandalo enorme, e suo padre non aveva tralasciato di dirglielo, là, nella camera di giustizia, al cospetto di tutta la famiglia radunata, poco prima che il giovanotto partisse per il suo luogo di pena. Scialacquare il fatto suo in feste, amori, cavalli ed altre pazzie di gioventù, sarebbe stato minor male; alla peggio, poteva rimanere senza il becco di un quattrino, alla morte di suo padre, e i fratelli gli avrebbero fatto un piccolo assegno, se pure non gli fosse bastata la sua paga d'ufficiale nell'esercito austriaco. Parecchi giovani di grandi famiglie italiane avevano già preso servizio in Austria, ed erano arrivati agli altissimi gradi della milizia, dando anche il loro nome ad intieri reggimenti. A tutto, dunque, ci sarebbe stato rimedio. Ma essere un liberale, lui, il figlio di quel gentiluomo che non aveva voluto riconoscere il governo dei ribelli, nel Quarantotto, cioè nel tempo di tante follìe, per cui tante deboli teste si erano smarrite, che orrore, che abominio inaudito!
Il conte Jacopo, per darvi un'idea del personaggio, anche fisicamente considerato, era vecchio, ma d'una vecchiezza ancor verde e non senza pretese. Rapato la testa, rase le guance, senza ombra di baffi sotto il naso, era una figura di cortigiano del buon tempo, in cui si era dovuto rinunziare alla parrucca incipriata, ma si protestava sempre (molto innocentemente, per verità) contro le basette, le zazzere ed altri arruffamenti di peli dell'êra napoleonica. Pure, il suo po' di barba l'aveva portata anch'egli, e fino a pochi anni addietro: barba a ghirlanda, in forma di soggolo, come il marchese Baldovini. Ma egli aveva avuto il coraggio di sacrificare quell'avanzo di una vecchia moda, perchè la barba a ghirlanda distingueva allora, su tanti celebri personaggi del giorno, un certo ometto pericoloso, torinese di nascita, il quale aveva portata quella barba a rappresentare il Piemonte, anzi l'Italia (ahimè tempi calamitosi!) al Congresso di Parigi.
Eppure, credete a me, non c'era pericolo che i due uomini si rassomigliassero mai, neanche fisicamente. Il conte Jacopo era di membra asciutte, risecchito e duro come un santo della scuola Bisantina. Per altro, non ve lo immaginate diritto sulla persona. Forse lo era, ma non appariva punto, poichè egli teneva volentieri il collo rannicchiato nella cravatta, nascosto sotto il bavero del soprabito, come le testuggini usano nasconderlo sotto l'orlo della loro scatola ossea. Certi diplomatici camminano così per vezzo; ma sicuramente hanno imparato da qualche ciambellano come il conte Malatesti. Quel collo rannicchiato dà alla faccia sporgente un'aria curiosa, in cui si vedono riuniti, ma non fusi, due opposti sentimenti, due espressioni, due atti, la riverenza e la familiarità. Si potrebbe dire che quella è la faccia, anzi la maschera, dell'ossequio confidenziale; maschera carnevalesca, che ha per i superiori un sorriso compiacente, per gli eguali una bonarietà amena, per gl'inferiori una rigidezza sarcastica.