Gino doveva trovare quest'ultima espressione sul volto di suo padre. L'uguaglianza che un vicendevole affetto ispira così naturalmente nella intimità della famiglia, non era mai esistita tra lui e il conte Jacopo; ma per quella volta la distinzione era anche più spiccata del solito. Gino era trattato da inferiore, da inferiore che ha fallito e che merita un castigo. Pure, non lo aveva già avuto, il castigo, in tre mesi di confine? E la riprensione paterna non l'aveva già avuta, prima di partire da Modena, alla presenza di tutti, nella gran camera di giustizia del palazzo Malatesti? Ahimè, la faccia del ciambellano era più dura che mai, e Gino aveva un presentimento che quella maschera gli serbasse ancora di peggio.
Per un paio d'ore il nostro giovinotto ebbe tregua. Era presente il padrone di casa, e le leggi della ospitalità passavano avanti a tutte le collere. Ma come il padre ed il figlio furono soli nel loro quartierino appartato, il conte Jacopo, scambio di ritirarsi nella sua camera, si rivolse a Gino e gli disse, con aria tranquilla, ma con accento severo:
—Sedete, e parliamo d'affari.
—Ci siamo!—pensò Gino, tremando.
E sedette, sopra una seggiola, accanto allo specchio del salotto, mentre suo padre prendeva posto sopra un canapè, con la dignità di un giudice antico.
—Vi ascolto, padre mio;—disse Gino, sperando di disarmare la severità del conte Jacopo con la sommessione delle parole e degli atti.
Il conte Jacopo incominciò pacato, anzi freddo, con una lentezza che prometteva un lungo discorso.
—Sua Altezza Serenissima si è degnata di cedere alle mie preghiere, e ciò per riguardo all'onore della nostra casa, che fu fedelissima ai Lorena, come era sempre stata agli Estensi. Ha ceduto, dico, alle preghiere di un padre, sebbene il momento fosse inopportuno alla clemenza, e piuttosto adatto ad un raddoppiamento di rigore.—
Gino capiva poco la distinzione; ma il suo pensiero corse naturalmente a quelle parole oscure che gli aveva detto l'applicato di polizia: «Se ha amici potenti a Modena, com'è dimostrato dalla grazia ch'Ella ha ottenuta, ad onta di certe aggravanti, non perda un minuto a scongiurarla.» Ad onta di certe aggravanti! Quali erano, le circostanze aggravanti, a cui alludeva l'applicato? Qualunque fossero, le commentava allora la frase di suo padre: «momento inopportuno alla clemenza…. piuttosto adatto ad un raddoppiamento di rigore.»
Intanto il conte Jacopo proseguiva il discorso: