Si poteva fare molto cammino su quella traccia che il caso metteva dinanzi alla immaginazione di Gino. Ma egli doveva difendersi dalle incalzanti argomentazioni di suo padre.

—Ma che significa tutto questo amore così tardo dei signori Baldovini per me?—domandò egli, scuotendosi, e mostrando un rancore che non sentiva in cuor suo.—Mi hanno almeno dimostrato un po' d'amicizia nella sventura che mi era venuta addosso?

—Vi potrei rispondere che questo disegno d'alleanza ne è una luminosissima prova, e certamente più seria di una lettera di condoglianza;—rispose il vecchio Malatesti.—Ma io posso dirvi ben altro. Sappiate che la marchesa Polissena si è unita, alleata a me, nelle pratiche occorrenti per il vostro perdono. Ella ha disposto a favor vostro il ministro, che non è mio amico, sebbene mi tratti sempre con tante cerimonie. Forte di questo appoggio, io non mi sono inginocchiato inutilmente a Sua Altezza.

—Con mille anni di storia!—osò dire Gino Malatesti.

Il vecchio conte saltò dal cuscino del canapè, come se lo avesse spinto una molla.

—Che intendete di dire, malcreato?—gridò egli inviperito per la tracotanza del figlio.

—Che per me, padre mio, non dovevate inginocchiarvi davanti a nessuno, foss'anche un duca della casa di Lorena, tanto più recente della vostra.—

Il conte Jacopo volse in giro un'occhiata sospettosa; poi, come non fosse ancora ben certo, andò verso l'uscio, lo aperse e guardò nell'anticamera. Finalmente, richiuso l'uscio dietro di sè, ritornò verso il figliuolo, che era rimasto là, non sapendo che pensare di quella scena, e gli disse a mezza voce, ma con intensità tanto maggiore di accento:

—Sciocco! Imparate qualche cosa della vita anche voi. I duchi e i re non sono opera nostra; li fanno le circostanze, i tempi, la concatenazione degli eventi, e più di tutto le follìe dei popoli. Se non fossero state queste follìe, i Malatesti avrebbero ancora uno Stato, come lo avrebbero i Pallavicini, donde pur discendete, per vostra madre. I rivolgimenti politici hanno spogliate le nostre famiglie, ci hanno dispersi qua e là, nelle corti di più fortunati signori. Ed eravamo duchi di Ravenna nel 752, ricordatelo; duchi di Ravenna, e non per diritto longobardico, ma per avanzo di potestà romana; poi fummo signori di Rimini, di Pesaro, di Fossombrone, di Fano, di Cesena, di Cervia; padroni della Marca, insomma, assai prima che si parlasse di casa Borgia nel mondo. So la mia parte di storia, e dovreste saperla anche voi. Dovreste sapere altresì che i Malatesti, perduti gli antichi dominii, ridotti allo stato di semplici gentiluomini, hanno almeno serbati i loro privilegi, quei privilegi di cui fate alle volte così poca stima, e che pure vi servono tanto, eleganti fannulloni, per correre di qua e di là, onorati da per tutto, inchinati dal volgo alto e basso. Voi giovani vi date bel tempo, sfruttando l'economia e la previdenza dei vostri maggiori; noi frattanto, padri non degeneri dagli avi, dobbiamo pensare a mantenervi lo stato, a procacciarvi le alleanze che guarentiscano ai vostri figliuoli l'agiatezza e gli onori del grado. Pensate che ho tre figli, io, e in tre parti andrà divisa la mia sostanza, niente più larga di quella d'un modesto banchiere.

—Se non è che questo,—disse Gino, appena un sospiro del conte Jacopo gli permise di collocare una frase nel discorso,—ci sono sul Modenese altre ricchezze e maggiori di quelle che può darci un'alleanza coi Baldovini.