Il conte Jacopo era rimasto ad ascoltarlo, taciturno, immobile, senza batter palpebra, e Gino sperò di essere stato eloquente. Alla fine, il vecchio Malatesti parlò.

—Re! Un bel titolo, non lo nego, e val più che marchese. Ma son nobili, questi re?

—Padre mio! Vi assicuro….

—Tacete! Una sciocca passione vi farà anche trovare una genealogia ed uno stemma per la vostra Dulcinèa. Avete infatti qualche cosa di Don Chisciotte nell'anima. Il sentimento della cavalleria, senza dubbio, e la propensione alle avventure agresti. È una ubbriacatura come un'altra. Non vi mancherà più altro che di giudicar la montagna più abitabile della pianura, e la società dei taglialegna preferibile a quella delle persone educate. Non mi dite più nulla. Vi ho ascoltato con pazienza, per vedere fin dove giungesse la vostra follìa, e riconosco che era tempo di richiamarvi a casa, perchè avreste fatto qualche ragazzata irrimediabile, dopo tutte le altre… che costeranno care, ve ne avverto, assai care ai vostri ospiti.

—Care!—esclamò Gino atterrito.—Spiegatevi, in nome di Dio! È un obbligo d'onore per voi.

—Che cosa?—ribattè alteramente il vecchio Malatesti.—Vi verrebbe forse in mente di dare una lezione a me?

—Me ne guardi il cielo!—rispose Gino, tentando di disarmare suo padre con l'umiltà dell'accento.—Ma se i signori Guerri han da soffrire una persecuzione per colpa di un Malatesti, è il capo di questa famiglia che deve soccorrerli. E voi, dicendomi tutto….

—Vi dirò per ora che quella è la vostra camera;—interruppe il conte
Jacopo.—Andate a riposarvi, o a meditare su ciò che vi tocca. Forse,
anzi senza il forse, l'alleanza vostra coi Baldovini sarà più utile ai
Guerri che non l'altra, sognata da questi montanari con noi.—

Gino s'avvide che non c'era più nulla da rispondere, più nulla da ottenere. E non ribattè nemmeno, quantunque ne soffrisse acerbamente in cuor suo, l'offesa che si faceva in quel punto alla dignità de' suoi ospiti. Si ritirò, mormorando un saluto, mentre il conte Jacopo si avviava dall'altro lato alla sua camera, duro, impettito, col collo rannicchiato e la maschera alta.

La triste notte di Gino Malatesti non si descrive. Furono pianti dirotti, furono disperazioni a cui non recò tregua neppure il sonno, poichè lo accompagnavano dolorose visioni. Gino sognò i Guerri in carcere, accusati di lesa maestà, e Fiordispina che tendeva a lui le braccia supplichevoli, implorando aiuto e protezione. A lui! Ma che poteva far egli? Andar là, dove non poteva mandarlo neanche un comando di suo padre? Ahimè, sì, bisognava risolversi. Gino Malatesti, avvilito come gli ultimi della sua stirpe, si umiliava davanti alle potenti sirene, come essi si erano umiliati davanti ai duchi, ai tiranni d'ogni specie. La bionda sirena lo attirava, lo involgeva tutto in uno di que' suoi sguardi luminosi, e accanto a lei, consigliere della viltà, sorrideva Emilio Landi.—Sì, devi risolverti; saremo tutti per i tuoi Guerri; una nostra parola farà cessare ogni persecuzione contro di loro. Che cosa si domanda a te? Un monosillabo.—E il salotto allora diventava una chiesa; e, Dio mi perdoni, il sofà della marchesa Polissena si tramutava in altare. Una fanciulla vestita di bianco, bellissima invero, ma non lei, non Fiordispina, era al fianco di Gino. Il sì era richiesto; il sì era profferito; ma gli aveva bruciate le labbra, ed egli balzava indietro, fremendo. Lode al cielo, non era stato che un sogno. Ma la realtà era forse più lieta?