Tristi, odiose necessità sociali! Il decoro di casa Malatesti voleva un sagrifizio da lui. Ah, il decoro di casa Malatesti, qual riso amaro gli chiamava alle labbra! Francava la spesa di mantenerlo, quel decoro, dopo che i suoi maggiori lo avevano trascinato nella polvere, sull'orma di tanti fortunati bricconi! Ma già, l'obbligo, la tradizione delle famiglie storiche!… Sì, storiche oramai nella debolezza, non potute rinsanguare neanche dall'errore di qualche passione colpevole, tanto agli evitati mali dell'eredità si sostituiscono vigorosi i pregiudizi, i costumi, i vizi dell'ambiente, nuove cause di decadenza, e più gravi!
Gino Malatesti la sentiva allora, l'oppressione dell'ambiente morale in cui era vissuto. Voleva uscirne, e la cappa di piombo si aggravava su lui, come la tetra vôlta del carcere Tulliano, sotto cui si era soffocati, assai prima di morire strozzati.
La luce del giorno lo colse, ancora tutto immerso e perduto in vani disegni. Il poveretto non sentì mai tanto come allora la inanità degli sforzi di un uomo, quando tutto congiura contro di lui. L'accortezza che prevede… l'abilità che riesce… tutte parole vuote di senso! L'uomo ha il suo fato. Unico rifugio la coscienza; unica libertà il soffrire.
La carrozza aspettava, e poco dopo, salutati i Pradini, si ripartiva per Modena. Il conte Jacopo era taciturno, ma calmo, come se nulla fosse avvenuto. La maschera si era rifatta umana, scegliendo per altro, fra tutte le espressioni possibili, quella del sorriso cortigiano. Era del resto l'espressione consueta del conte Jacopo, e Gino ne rimase ingannato.
—Padre mio,—osò dirgli, alle porte di Modena,—vi vedo più tranquillo… più buono con me…
—Sì,—rispose il conte Jacopo,—nella fiducia che sarete buono anche voi, e obbedirete a vostro padre.
—Ma…—balbettò Gino.
—Non c'è ma che tenga: obbedire è l'obbligo vostro, se volete riacquistare la benevolenza mia.
—Ve ne prego, ve ne scongiuro;—rispose Gino umilmente;—ditemi almeno dei signori Guerri…. Che pericolo li minaccia?
—La loro sorte non è in mia mano.