—Il signor sindaco mi ha fatto chiamare ieri mattina.—È per ordine del signor commissario, venuto da Modena;—mi ha detto subito, quando mi son presentato da lui. Infatti, poco dopo è capitato il signor commissario col suo aiutante; si son seduti tutt'e due alla tavola del sindaco, e quando siamo rimasti soli noi tre, mi han detto di sedere e di rispondere con sincerità a tutte le domande che mi avrebbero fatto. Uno domandava e l'altro scriveva.—E così? (mi ha detto il primo). Siamo al lavoro delle serre?—Sì, illustrissimo.—E si fatica molto?—Eh, sicuramente, non è un mestiere troppo comodo.—Guadagnerà molto, il vostro principale?—Non saprei.—Come? Non lo sapete?—Signor mio, che vuole? Faccio il boscaiuolo, io; si dà al tronco dell'albero fino a tanto che possa cascare con una spinta; si svetta, si scortica, e poi, giù nel gran solco, fino alla serra. Quando ce ne sono cinquecento ammucchiati, s'incomincia a voltargli l'acqua, che faccia lago, e ci possano galleggiar dentro; poi, quando se ne son fatti entrare tanti che bastino, si apre la cateratta, e via, che pare il diluvio. Ecco quello che faccio io, che facciamo tutti noi, illustrissimo; e quel che succeda del legname, quando lo abbiam perduto di vista, e i guadagni che può procurare al padrone, non è cosa che possiamo sapere noialtri.—A proposito d'acqua, siete andati un giorno a lanciare una barca in un lago?—Nel lago della Ninfa, sì, illustrissimo.—Ed era grossa?—Che! Un guscio di noce.—E perchè l'avete lanciata?—Per obbedire agli ordini dei nostri padroni.—Ma essi, che idea avevano?—Se ho bene inteso, quella di assicurarsi che non ci fosse un vortice nel mezzo del lago.—Benissimo; e si è anche fatto un po' di festa.—Capirà, illustrissimo, quando si è in tanti, e si è fatto un lungo viaggio….—Festa patriottica, con discorsi ed evviva; si è dato alla barca un bel nome….—Non so.—Come? Neanche questo sapete?—Signor mio, non lo so; forse dal posto in cui ero, non ho potuto sentirlo.—Ve lo dirò io, il nome d'Italia. Non vi piace forse?—Eh, gli è un nome come un altro.—E non sapete dunque chi abbia dato quel nome? Chi c'era, intorno alla barca? I signori Guerri, non è vero?—Come padroni, ci dovevano essere di sicuro.—E il prevosto Don Toschi?—Anche quello,—E il conte Malatesti?—Non so se si chiami così; ma un giovanotto che chiamavano il signor conte, l'ho veduto benissimo.—È forse lui che ha dato il nome alla barca?—Sarà, ma non posso giurarlo; Le ho già detto che ero distante, e non ho sentito nulla.—Dite piuttosto che siete duro d'orecchio, perchè eravate ben vicino, come caposquadra, al comando della manovra. Basta, andiamo avanti. E il conte Malatesti, come era amico coi vostri padroni?—Non lo so; non me l'han detto.—Voi non sapete mai nulla di nulla. Eppure, sentite, vi converrà parlare; è per utile vostro, se non volete aver guai.—
Qui Lorenzo Tamaroni fece una sosta, per introdurre nel dialogo una sua osservazione.
—Capirà, signor Francesco; non era un bel complimento che mi faceva il signor commissario. Ma io non mi sono perduto d'animo.—Son qui per dire tutto quello che vogliono (risposi) ma a patto che io lo sappia. Ora, dell'amicizia di questo signor conte coi miei padroni io ne ebbi la prima notizia quel giorno. Ho saputo che erano vicini di casa.—E il conte era sempre alle Vaie?—Non lo so.—Badate, Tamaroni, il tacere le circostanze che vi son note, il trincerarvi dentro i vostri eterni «non so» potrebbe costarvi caro.—Oh senta, illustrissimo; costi un po' quel che vuole; non mi si potrà far dire quello che non è alla mia cognizione. Sono da vent'anni al servizio dei signori Guerri, ma non ho altre occasioni di vederli che tra i boschi, dove passo le mie giornate.—Ma là, sul lago della Ninfa, dov'eravate tutti, che discorsi sono stati fatti? Che cosa diceva il signor Francesco Guerri?—Niente, stava a vedere.—E il prete? Non ha simulato di battezzare la barca?—Nossignore, ha dato una benedizione. Anche a me han benedetta la casa, quando i signori Guerri l'han fatta costruire, e non mi sembra che abbia fatto niente di diverso per la barca.—Qui—(soggiunse Lorenzo Tamaroni, ritornando alla forma narrativa)—il signor commissario si è volto all'aiutante, che scriveva sempre come un altro sant'Agostino, e gli ha detto sottovoce, ma in modo che potessi sentirlo ancor io:
—Questo è un merlo del becco giallo! Ora vedremo un po' gli altri. E, voltandosi a me, mi congedò con queste parole:
—Andate, Tamaroni; vi richiameremo, se ci occorrerà di saper altro da voi, di quello che non sapete.—Ed io andai, senza aspettare che me lo dicesse una seconda volta. A dirle il vero, signor padrone, mi pareva mill'anni.—
Il vecchio Guerri stette saldo davanti a tutti quei segni precursori di una grossa burrasca che minacciava di scaricarsi sulle Vaie. Non così saldo si mostrava il povero boscaiuolo, che amava i suoi padroni e aveva ragione di temere per essi.
—Ed ora, signor Francesco,—riprese egli,—che cosa succederà?
—Che vuol che succeda? Nulla.
—Dio voglia! Ma se mi chiamano ancora, come mi hanno minacciato di fare?…
—Se ti chiamano ancora, di' pure liberamente tutto quello che sai. Infine, tu non hai detto niente di meno, e non potevi dire niente di più. Discorsi sovversivi, brindisi, evviva, non se ne sono fatti. Io, poi, non so nemmeno chi abbia dato il nome alla barca. Vorrei essere stato io, per vantarmene.—