—Una partita di briscola chiacchierina;—disse il signor Francesco, sorridendo;—e non ancora incominciata, com'Ella ha potuto vedere. I nostri ossequii, signor commissario, ed anche i nostri augurii migliori per il suo prospero viaggio.—

Il signor commissario se ne andò, seguito dal suo taciturno e malinconico aiutante. Povero signor commissario! Aveva egli predicato invano, che lo accomiatavano con una burletta? Tale non era la sua opinione, e la burletta gli pareva assai povera, certamente poco spontanea, non accompagnata da nessuna allegrezza di spirito.

—Ad ogni modo,—pensò egli, scendendo le scale,—te la daremo noi, la briscola chiacchierina. La tua gente ha chiacchierato poco, ma gli altri, che non dipendono da te, hanno detto quanto basta, per far onore alla mia commissione. Nei nostri quaderni c'è tanto da darvi noia per un pezzo.—

Ai soliloqui del commissario e alle sue legittime speranze di gratificazione, se non forse di un aumento di grado, rispondeva il colloquio dei rimasti.

—Ahi, ahi!—disse primo Don Pietro.—La lezione è stata dura.

—Infine,—rispose Aminta, poichè il vecchio Guerri taceva,—se ne vanno senza chiederci nulla.

—E questo è il male, figliuol mio;—replicò il vecchio prete.—La predica del commissario mi dice che non se ne vanno con le pive nel sacco. Questi signori hanno raccolto quanto bastava. Non volevano andarsene senza far l'atto di presentarsi. Certamente, potevano supporre che fosse giunta a voi altri qualche notizia dei loro interrogatorii, e in questa supposizione molto ragionevole non hanno potuto dispensarvi da qualche allusione. Mi par chiaro.

—È chiarissimo;—aggiunse il vecchio Guerri.—Ma che farebbe Lei, Don
Pietro?

—Cercherei di avvertir subito subito il conte Gino di ciò che si prepara. È una burrasca che potrebbe dar noia anche a lui.—

Pellegrino Menghi, famiglio di casa Guerri, partì quella medesima notte da Fiumalbo, conducendo a Modena un carico di legname. Erano bei tronchi d'acero, debitamente stagionati, che andavano ad uno stipettaio modenese, la cui commissione era stata ricordata in buon punto. Ora il bravo Pellegrino conduceva un carro; ma portava una lettera, nella gran buca della sua giacca di fustagno, ed anche un libricciuolo, per il conte Gino Malatesti. Quella lettera, scritta da Aminta Guerri, diceva poco o nulla; accompagnava un libro che il conte Gino aveva dimenticato alle Vaie, nell'ultima notte che era dormito lassù, e prendeva occasione da quell'invio per mandare all'amico, all'ospite gradito e caro, i saluti suoi e quelli di tutta la famiglia.