—È la tua ultima parola?
—Sì, padre mio, l'ultima.
—Mi farai morir di crepacuore, o di rabbia;—brontolò il vecchio
Guerri.
—No, padre, non mi dir questo! Sarei capace di andarti dinanzi, sai? Mi ucciderebbe lo spavento. Promettimi di esser calmo e di vivere per i tuoi figli, che t'amano tanto! Son forte io, donna, e non lo sarai tu, uomo, provato a tutti gli affanni della vita? Non voglio che si pianga per me, in questa casa. Infine, tu lo vedi, non piango io.
—Ora!—esclamò il vecchio Guerri.—Ma poi?
—E poi come ora;—replicò l'animosa fanciulla.—Ne dubiti? Lo giuro per te, e possa io non veder più la faccia di mio padre, se mi avverrà di spargere una lagrima. Vuoi di più?—soggiunse, animandosi, in quella amara voluttà di sacrifizio.—Se è vero quello che ti hanno riferito di lui…. meglio così! Lo zio Orlando, per celia, vedendomi sempre coi libri per le mani, mi chiama qualche volta la romantica. Orbene, credilo, padre mio, leggendo molto i nostri poeti, ho veduto molte eroine, e mi son dispiaciute tutte ad un modo. Son donnicciuole, finalmente, povere creature deboli che il capriccio degli autori ha poste in condizioni difficili, e in cui le ha mantenute qualche tempo, ma senza merito loro. Son donnicciuole, ti ripeto, quando non sono fantasmi senza un'oncia di sangue. Era piuttosto necessario l'esempio d'una donna vera, capace di soffrire in silenzio, e di custodire entro l'anima il suo dolore, come un balsamo, come un'aroma prezioso. Sarò io quella donna. Va, padre mio, e non si parli più di queste tristezze fra noi.—
Il signor Francesco baciò ancora una volta sua figlia; poi si ritrasse, piangendo. La creatura debole, in quel punto, era egli, quel vecchio re della montagna, avvezzo ai geli del Cimone, provato, come diceva sua figlia, a tutti gli affanni della vita. Ma di questa debolezza lo scusava largamente il suo affetto paterno.
Aminta, dopo quel colloquio di suo padre con sua sorella, non poteva più esser tenuto al buio d'ogni cosa. Già nel silenzio del conte Gino egli aveva fiutato un cambiamento d'idee; ma taceva, anch'egli aspettando, e divorava la sua rabbia. Come seppe finalmente del matrimonio di Gino, non ci vide più lume e minacciò di farne una delle sue. Lo rattenne suo padre con fiere parole; lo calmò un poco Don Pietro con amorevoli esortazioni. Egli stesso, il buon prevosto delle Vaie, sarebbe andato a Modena, per informarsi di tutto. Forse non era vero niente di ciò che avevano detto a Pellegrino, e il silenzio ostinato del conte Malatesti poteva aver ragioni che di lassù non era dato indovinare.
Intanto, bisognava dir qualche cosa al cugino Ruggero. Ma qui, fosse o non fosse ammogliato il conte Malatesti, la risposta non poteva essere che una. E si prese il triste incarico di darla il signor Francesco, in quel medesimo giorno che aveva parlato a sua figlia.
—Vostro padre vorrebbe;—diss'egli al suo giovane parente;—ed io, figuratevi, non vorrei meno di lui. Ma la nostra parola era già impegnata.