Da vent'anni Don Pietro non era più sceso alla capitale del ducato. E che ci sarebbe andato a fare, semplice di costumi e privo di bisogni com'era? Già, cala mal volentieri al piano chi vive in excelsis, e non ha nessuna curiosità della terra chi vede i cieli vicini. La città si era abbellita, sicuro; glielo dicevano tutti, ed egli lo credeva facilmente. I marchesi Frassinori avevano fatto restaurare la facciata del loro palazzo; una facciata del Tignola, che i nuovi stucchi rendevano due tanti più goffa. I conti Ansiglioni avevano fatto dipingere sopra un muro, in fondo al cortile, una magnifica prospettiva, una fuga di colonne, con alberi e un po' di cielo attraverso. Veduto dall'ingresso del portone, quel colonnato, con quello sfondo di giardino e di cielo, dava l'illusione del vero. Ottimamente! Di queste e d'altre bellissime cose Don Pietro sentiva parlare, ma non gli entrava mai nell'anima la curiosità di vederle.

Un viaggio lo avrebbe fatto volentieri, prima di morire; il viaggio di Roma, della eterna città. Ma dipendeva da certe circostanze, quel viaggio, e Don Pietro aveva fatto a quel proposito un voto, che teneva chiuso gelosamente nel cuore. Non se n'era aperto mai con nessuno, neanche col signor Francesco Guerri, con cui pure non voleva aver segreti. «Quando l'Italia sarà libera e unita, con Roma per capitale, e lo Stato in pace con la Chiesa, andrò a sciogliere il mio voto sulla tomba del principe degli Apostoli.» Così aveva parlato a sè stesso il vecchio prevosto delle Vaie. Rosminiano in gioventù, e acceso di entusiasmo per il Nuovo saggio sull'origine delle idee, si era anche innamorato della gran sintesi giobertiana, ed aveva anch'egli intravveduta un'eco di concordia religiosa e politica in una applicazione dei concetti che ispiravano l'opera del Primato morale e civile degli Italiani. Ma che cosa non aveva sperato egli di pacificare e di concordare, dal suo alpestre ritiro delle Vaie? Perfino quei due grandi filosofi, che se n'erano dette tante nel corso di dieci o dodici anni, palleggiandosi anche l'accusa di panteista.—Infine, diceva egli, sono idealisti tutt'e due. C'è poi tanta distanza dall'ente ideale, astratto, possibile, indeterminato, in cui il Rosmini vede il primo psicologico, e l'ente reale, concreto, infinito, che è il primo ontologico del Gioberti? Due pensatori che cercano Dio! Lasciateli fare; sono ambedue sulla medesima strada, e si toccano col gomito più ch'essi non credano.—

Frattanto, era invecchiato con la voglia di Roma. I due grandi filosofi erano morti, punto pacificati tra loro: uno di essi in odio alla Curia, l'altro a mala pena tollerato in un freddo «Dimittantur opera» che accennava ad una tregua, ad una sospensione d'armi, anzi che ad un patto d'alleanza tra le idee moderne e lo spirito antico. Anche le speranze d'Italia, così vivaci nel 1848, erano andate a male, per diffidenza di principi e per discordia di popoli, nè si vedeva quando potessero rinascere. Nulla appariva in aria, o si sperdeva al primo soffio di vento. Chi sarebbe stato così forte, o, essendo pur così forte, si sarebbe mostrato così animoso, da accettar la difficile impresa di collegare tanti sparsi voleri? Don Pietro, qualche volta, per disperato, esciva in certi voti terribili, invocando da Dio un solo governo, ed austriaco, da Milano a Palermo.—Ah, se l'amore scambievole e se la cura del futuro non vi possono unire all'opera santa,—diceva egli tra sè,—vi unisca in uno sforzo violento l'odio di un comune oppressore.—

Intenderete ora come e perchè Don Pietro Toschi non fosse andato a sciogliere il suo voto sulla tomba del principe degli Apostoli. Oramai, desiderando sempre, non sperava più nulla. Quanto a Modena, che ci sarebbe andato a fare? Non sentiva nessun desiderio di veder da vicino il governo del Duca. Bene aveva corso il rischio di esser chiamato alla città, per ricevere nella Curia vescovile una solenne lavata di capo. Ma quella burrasca era passata, e ci voleva un altro dolore per condurlo laggiù.

Ecco dunque il buon prevosto delle Vaie che entra in città, in una grande città, dopo vent'anni di vita ristretta al suo borgo campestre. Quante volte non vi sarà accaduto di vederlo, il prete di montagna, per le vie cittadine, dove pare una dissonanza, assai più del medesimo contadino con cui vive, e a cui dice la messa! Il prete di montagna lo riconoscete subito, qualche volta al suo nicchio spelato, al suo soprabitone stinto, luccicante sulle costure, qualche altra alle grosse scarpe munite di fibbie enormi, alle calze di lana, rugose e nodose, e simili altri difetti del suo vestiario trasandato, ma sempre alla sua andatura semplice, allo sguardo attonito, al viso arsiccio e screpolato, dove gl'inverni e le estati han giuocato a chi tagliasse di più. Quella figura vi parrà stupida e goffa, accanto a quella del prete di città, che passa svelto, a piccoli passi, con la mantellina raccolta in armoniche pieghe sul braccio, guardandosi appena d'attorno, e di tanto in tanto incurvando l'indice verso la fronte, per prendere il suo nicchio nero e lucido e rispondere al saluto della gente. Quando il prete di città s'imbatte per via in un prete di montagna, non c'è caso che lo guardi o lo saluti; non c'è spirito di corporazione, non c'è vincolo, non c'è relazione di gerarchia tra quelle due autorità. Ma lo guardiamo noi, il prete di montagna; e sorridiamo, guardandolo, e un diavolo che vorrebbe parere arguto ci bisbiglia all'orecchio:—domandagli un poco come sta Perpetua.—

Poveri preti montanini, poveri sacrificati! Son essi, infine, che celebrano nei luoghi altissimi, come l'antico Melchisedec; son essi gli unici consolatori di tanto popolo afflitto. Perchè, badate, in città, quando siete ammalato e triste, non vi mancano i conforti, le assistenze e gli aiuti; lassù il contadino non ha che il suo parroco. Non sono la gente più felice del mondo, i montanari, e l'aria purissima che spira sulle alte convalli penetra in un soffio gelato da tutte le fessure della casa, da tutti i buchi del tetto. Sta bene che se ne contentino: che una panca dalla spalliera alta, davanti al focolare, una paiuolata di castagne, un pezzo di polenta, o di pattona, o di pan di veccia, bastino al loro bisogno. Le legna costano poco, a mala pena la fatica di raccoglierle; il cibo è gramo, ma sano, e li tien magri come cani da caccia: avanti dunque, avanti sempre così. Dio concede loro anche le gioie della famiglia; che cosa si vorrebbe di più? Sicuro; ma quando la moglie è sopra parto, dov'è la levatrice, che l'assista? Quando la bambina è inferma, e le arde la fronte, e un punto bianco si forma e cresce nascosto nella cavità della gola, dov'è il medico che curi in tempo l'angina difterica? Qualche volta ce n'è uno in condotta, e per tre comuni ad un tempo; e va, e trotta tutto il santo giorno, quel poverino, ma senza bastare a tutti i bisogni. Poi, ci sono i malati a cui occorrerebbero due visite al giorno, ed è bazza se la famiglia del montanaro ha il medico una volta per settimana. Aggiungete che la medicina ordinata lì per lì domanda un viaggio, spesso di notte, per vie scoscese, sotto il flagello della pioggia, o dentro il turbinìo della neve che accieca. Ne passo, e delle peggio. La società è matrigna col montanaro; non le basta di lasciarlo ignorante; ha ancora da mantenerlo infelice. Vedete la Chiesa; essa non lo abbandona, e se pure non può far nulla, pochissimo, per il suo bene materiale, si occupa almeno della sua pace spirituale. Dove noi non mandiamo più un maestro, nè un medico, contenti di mandarci a certe scadenze un esattore, ella manda a vivere un parroco, un prevosto, un arciprete, un pievano, un rettore. Chiamatelo come volete, è un amico per tutti quei derelitti, e li consola tanto più facilmente, in quanto che le sue consolazioni le distribuisce in latino.

Don Pietro Toschi, prevosto di montagna, è a Modena. Vedrà finalmente il conte Gino Malatesti. Ringrazia il giovanotto che lo ha accompagnato fino in città; si congeda brevemente da lui; non ha bisogno d'altro, poichè conosce la strada del Vescovato. Capirete che la prima visita di Don Pietro è per Monsignore, per il suo ordinario. È ricevuto dal segretario. Non ha niente da chiedere, soltanto da ossequiare, ed è presto ricevuto anche da Monsignore. Ossequi, genuflessioni, bacio all'anello episcopale, tutte queste cose s'immaginano facilmente. Poi il vescovo domanda notizie di Fiumalbo, della chiesa delle Vaie, dello spirito di quelle popolazioni; conforta il buon prevosto a perseverare, e gli ripete anche il «pasce oves meas» degli Atti apostolici. Di ramanzine, di lavate di capo, di accenni alla festa del Lago, neanche l'ombra. Evidentemente, il vescovo di Modena non ha saputo nulla di nulla. L'inchiesta famosa, l'inchiesta terribile del signor commissario, è rimasta a dormire negli scaffali della direzione di polizia; forse, non c'è nemmeno arrivata. Tanto meglio, perbacco! Altre due chiacchiere sui tempi guasti, sul bisogno di certi restauri al Duomo, che Don Pietro vedrà, appena uscito dall'udienza episcopale, e una benedizione congeda il visitatore. In mezz'ora, Don Pietro s'è sbrigato di quell'ufficio preliminare; se ne va in Duomo a pregare; poi si mette in viaggio, per trovare i suoi drappelloni. Ci sono i mercanti da ciò, ed egli non deve cercar molto; il curato del Duomo gli ha dato gli opportuni recapiti.

Frattanto il buon prevosto prende lingua. Dov'è il palazzo Frassinori, che è stato decorato di una nuova facciata? Da tanti anni non ha più veduto Modena, e vorrebbe, poichè finalmente gli è accaduto di ritornarci, fare un viaggio e due servizi, comperare i drappelloni per la chiesa parrocchiale delle Vaie e dare una guardata a tante belle novità modenesi, di cui gli han detto mirabilia. Dov'è il palazzo Ansiglioni, che ha nel cortile una così bella prospettiva? Dov'è il palazzo Baldovini, celebrato fra i più insigni della città? Dov'è il palazzo Malatesti, che gli hanno citato ancora come un esemplare di severità architettonica?

Capirete che di tante indicazioni gliene premeva una sola, e quella sola ritenne. Il palazzo Malatesti era anche vicino al Duomo, nella via di S. Eufemia. E lo vide subito, e lo guardò lungamente, passando. Dunque viveva là dentro il signor conte Gino? E per parlare al suo giovane amico, al confinato di Querciola, all'ospite delle Vaie, non aveva da far altro che infilar quell'androne, e dire il suo nome al portiere gallonato, in fondo alle scale?

Ma no, egli non sarebbe entrato là dentro. Con qual fine, oramai, e con quale utilità avrebbe cercato di parlare al conte Gino? Poc'anzi, il curato della cattedrale gli aveva data una triste notizia. Egli stesso, il signor curato aveva congiunti in matrimonio il conte Gino Malatesti e la marchesina Elena Baldovini. Da quel fausto giorno ne erano già passati quaranta, e gli sposi felici erano già ritornati dal loro viaggio di nozze. Che trafittura per il cuore di Don Pietro! No, egli non voleva più vedere il conte Gino; non sarebbe andato a cercarlo; avrebbe ripresa la via dei monti, rinunziando volentieri anche alla triste soddisfazione di farlo arrossire. Sospirò, il povero prete, dopo aver fatta quella risoluzione, e se ne andò dal mercante a cui lo aveva indirizzato il suo collega del Duomo. Ma nelle attraversare la piazza Grande, per andarsene sul corso di Canal Chiaro, dov'era la bottega indicata, Don Pietro non poteva astenersi dal ricordare tratto tratto la biblica sentenza: «Maledictus homo qui fidit in homine!»