Il conte Gino si rannuvolò, udendo ricordare quel nome.
—Perchè mi dice questo?—esclamò.
—Perchè qui, a Modena,—replicò Don Pietro umilmente,—fra tante persone civili, al fianco di Lei, elegantissimo cavaliere e conosciuto da tutti, stonerebbe un poco la mia giubba montanara.
—Dica piuttosto che sarà sempre bene andare in luogo meno frequentato;—mormorò Gino, sospirando.—I curiosi son tanti! Andiamo dunque da quella parte, se non le spiace.
—Dove?
—Accanto al Duomo. Sull'ingresso della chiesa, non parrà strano che l'elegantissimo cavaliere si fermi a parlare col ministro di Dio, ancorchè sia montanaro, come Ella dice.
—E andiamo!—rispose Don Pietro, mettendo fuori un lungo sospiro.
Che cosa aveva da dirgli, il conte Gino Malatesti, e che a lui fosse ancor utile di sapere? Don Pietro non poteva immaginarselo; indovinava per altro che avesse da dirgli molto, e che sentisse ancora di non essere indegno di perdono, poichè non aveva sfuggito il colloquio, anzi mostrava di desiderarlo tanto.
Cionondimeno, da quell'ottima pasta d'uomo ch'egli era, Don Pietro
Toschi reputò conveniente di non tenere il suo compagno in angustie.
Andò anzi incontro alle sue confidenze, dicendogli:
—Ho notizie dei signori Guerri, che Ella certamente ricorderà. Stanno tutti bene, e l'altro giorno hanno celebrato l'onomastico del capo della famiglia. Se ne rammenta? Il quattro di ottobre era la festa di san Francesco. Non mancava che Lei, e fu doloroso che si dovesse aspettarla inutilmente.—