—Sempre Aminta!—gridò il conte Gino.—Caro mio, Torquato Tasso dovrà esservi molto riconoscente.
—Chi è questo signore?—domandò candidamente il mugnaio.
—Il padre di Aminta;—rispose Gino.
—Scusi,—replicò quell'altro, sicuro del fatto suo,—il padre del signor Aminta si chiama Francesco.—
Gino diede in una matta risata, e il mugnaio pensò ch'egli fosse matto davvero, volendo sbattezzare il signor Francesco Guerri, per chiamarlo Torquato. Ma rise anche lui, vedendo ridere il suo compagno di viaggio.
Il nostro giovanotto era di buon umore, e la cosa vi parrà singolare, in mezzo a tanti dolori che lo avevano accompagnato sulla via dell'esilio. Ma io già ve l'ho detto, Gino Malatesti aveva ventisei anni. Aggiungete la novità del caso, che lo faceva ospite per forza di gente che non lo conosceva affatto, e che egli conosceva anche meno. E poi, non dimenticate la bella natura, questa regina sempre giovane e lieta, che fa anch'essa ogni cosa a suo modo, e che, dentro la cerchia del suo regno, per un giorno almeno, ha potestà di giocondare gli spiriti.
La cavalcata intravveduta da Gino si componeva di due soli cavalli. Sul primo torreggiava il signor Aminta; l'altro era condotto a mano da un famiglio.
Come fu a venti passi da Gino, il signor Aminta balzò leggero di sella e gli mosse incontro a piedi.
—Perdoni la libertà grande;—gli disse, scoprendosi.—Gasparino le avrà già detto….
—Sì, mi ha detto molto;—rispose Gino.—Ma io non so veramente con qual diritto dovrei dare tanto incomodo a Lei…. ignoto come sono….