—Anche e sopratutto per questi. Ma non mi ha detto Lei che quell'uomo è stato costretto a far ciò che ha fatto? Perchè lo chiama Ella un ingrato?
Don Pietro si smarriva tra gli assalti di quella logica femminile, ed amò meglio darsi per vinto.
—Il cielo vi guardi;—conchiuse, dopo una mezza serqua d'interiezioni, che non dicevano nulla.—Infine, credo anch'io che possa essere una crisi felice. Vi auguro, figliuola mia, che possiate guarire del tutto.
—Di che? D'un male che è la mia vita?—replicò Fiordispina.—No, padre mio, non voglio guarire, nè del tutto, nè in parte. Mi conceda di parlare una volta, una volta almeno, con libertà piena ed intiera; ho conosciuto per quell'uomo l'amore, l'amore de' miei poeti, che è il nobile, l'elevato, il gentile, e dica pure quanti aggettivi vorrà, purchè conduca a questo, che un amore elevato è il solo che sia degno della creatura umana, e come il solo degno, è anche il solo vero. Che uomo fosse il conte Gino Malatesti, nel tempo ch'egli visse tra i nostri monti, Ella sa quanto me, se non forse meglio di me. Il mio pensiero s'innalzava col suo. Come due profumi confusi si son levati ambedue, vaporando al cielo. E dovranno essere separati? È impossibile, padre mio; lo dica anche Lei, che è impossibile.
—Il conte Gino si è pur separato da Voi;—disse Don Pietro.—Lascio stare le ragioni onorevoli, accenno il fatto com'è.
—Ebbene, qui per l'appunto è la mia giustificazione;—riprese la fanciulla.—Egli si è separato da me; non l'amor suo, che è stato per me, e a cui mi son serbata fedele. Vede, Don Pietro, che questo non è un sentimento volgare. Unica volgarità,—soggiunse Fiordispina, chinando la testa ed abbassando il tono delle parole,—unica volgarità, poichè neppur io sono una creatura perfetta, è questo piccolo sentimento di curiosità che ha preso me, povera montanara, di vedere quella gentil cittadina, che ha saputo rapirlo.—
Curiosità montanara, diciamolo anche noi, ma soggiungiamo subito: Quanta altezza di pensiero in quella curiosità! Don Pietro Toschi non lottò più; era vinto e convinto. Del resto, i signori Guerri avevano già scritto a Modena, annunziando la loro andata, e oramai, per fare quel gran matrimonio, non si aspettava che la loro presenza.
Quando si dice «i signori Guerri» s'intende il capo della famiglia,
con una larga rappresentanza. Nel fatto non andavano mica tutti.
Aminta, per esempio, non volle muoversi dalle Vaie, quantunque lo zio
Orlando dichiarasse che sarebbe rimasto egli volentieri.
—No, no, resto io. Che cosa andrei a fare io, a Modena? Le città non mi divertono. E se qualcheduno ha da rimanere a custodire la casa, questo qualcheduno vo' esserlo io. Andate voi altri, andate.—
Non ci fu verso di smuoverlo; Aminta era saldo nelle sue risoluzioni, come il monte Cimone al suo posto.