Ed anche saldo ne' suoi risentimenti, aggiungiamo. Egli non aveva perdonato a Gino Malatesti; egli non aveva tesori di bontà e di compassione da spandere. A qual pro', del resto? Aminta lasciava questi tesori a sua sorella. Era già molto avere un angiolo in casa; quanto a lui, uomo, aveva già fatto assai chinando la testa ai voleri di suo padre, mentre pure sentiva una voglia feroce, una voglia pazza di calare a Modena e di battere la sua mazza alpigiana sulla faccia del conte Gino.
—Prendi, vigliacco ingannatore, in cui la mia famiglia ha creduto! Prendi, bugiardo proscritto, che hai avuto paura di farti fare un processo. Si grida, perdio, si strepita, quando si è il primo colpevole! e se vogliono fare il processo agli altri, si chiede la parte propria, si reclama il proprio posto al pericolo, si va in carcere, in galera, alle forche, ma con la fronte alta, fieri di non avere che una parola e di saperla mantenere!—
Capitolo XVI.
Delizie coniugali.
La sera del martedì grasso dell'anno 1858, era una bella piena nel teatro Comunale di Modena. L'impresario avrebbe voluto tutte così le serate della stagione; ma gl'impresari son mostri insaziabili e non pensano, nel loro egoismo, che il bello delle cose belle è per la massima parte nella loro rarità.
Tutte le stelle del firmamento, tutte le dee dell'Olimpo modenese erano quella sera a teatro, dando coi loro vezzi naturali e con lo sfoggio delle loro abbigliature un'apparenza di vita più rigogliosa ad una società naturalmente ristretta e poco nutrita, poco rinnovata dal concorso o dal passaggio di elementi forastieri. Le città italiane, innamorate dell'arte, appassionate singolarmente per la musica, hanno queste occasioni solenni per mettersi in gala, per dare il loro sprazzo di luce, e in certe sere dell'anno, vedute nel recinto del loro massimo teatro, vi possono sembrare altrettante capitali.
Non dimentichiamo che allora la città di Modena era ancora la capitale di un piccolo Stato, e che intorno ad una Corte si raccoglieva una ricca aristocrazia, uno splendido stato maggiore di varie armi, una grassa borghesia, ed una magra ma numerosa falange d'impiegati dell'ordine politico e dell'ordine giudiziario. Oggi, aboliti i piccoli principati, le rispettive loro capitali hanno perduto tutte qualche cosa della vecchia loro importanza, e questo, che è un male, senza dubbio, ma non un mal così grave da non potersi sopportare, dà argomento di acerbi rimpianti a taluni nobili antichi. Perchè lagnarsi soltanto? Perchè non pensare mai a qualche onesto rimedio? Il gran male, il vero male è quest'altro, che tutti i ricchi corrono oramai ai grossi centri. Se i signori vivessero un po' più nella terra loro, o accanto ad essa, gioverebbero meglio al fine da cui ripetono la loro medesima origine. A buon conto, avrebbero assai meno ragioni per rimpiangere le vecchie consuetudini, ridando un po' di vita alle città loro e insieme un po' di lustro alle proprie corone. Così questa società italiana, che è stata la più ricca, la più varia, la più universalmente colta d'Europa, avrebbe speranza di rifiorire, in quella sua vivace varietà d'aspetti e di tempre, su tutte le altre del mondo.
Ma lasciamo da banda queste superbe malinconie, che molti non intendono più. Il romanzo, questa rappresentazione della vita, deve correre, obbedendo ai suoi nuovi maestri, sulla china della verità fisiologica, correre fino a rompersi il collo nei chiassi del casetto patologico, unico svago che gli sia consentito, e che anzi gli è molto raccomandato dai pratici. Impersonale, oggettivo, realistico, non si attenti di fermarsi un minuto, per dire una verità a chi lo segue, nè per cogliere un fiore sui margini del sentiero. Lo hanno chiuso a forza in una delle sue cento forme, che ad essi piaceva di più; lo hanno sigillato in quella col sigillo della loro dogana; hanno sentenziato quali saranno le vie che dovrà tenere, quali i mercati a cui dovrà fermarsi, quali le droghe di cui potrà essere infarcito. E poi, dopo aver promulgati tanti decreti e regolamenti dalle loro bigonce, i signori giudici e moderatori hanno il coraggio di annoiarsi, di sbadigliare in pubblico, di arricciare il naso, specie quando vedono il loro beniamino andar zoppo a certi usci.—Non di qua! Non di là! Volgarità eccessiva! Imitazione forastiera! Vita italiana vuol essere, vita italiana, per bacco! Dove s'è mai vista, negli usi nostri, tutta quella robaccia! Siamo noi così male ridotti!—Ah, poveri giudici! poveri moderatori supremi! Vuol essere una fatica da cani, la loro!
Le dame più cospicue di Modena erano quella sera a teatro. Non poteva dunque mancare la marchesa Polissena Baldovini, più bionda che mai, imbellettata, incipriata e felice. Sedeva davanti a lei, nel suo palchetto di seconda fila, Sua Eccellenza il ministro, dimenticando per un'ora le gravi cure dell'ufficio (severas super urbe curas), discutendo amabilmente di musica antica col suo buon marchese Baldovini, e mandando tratto tratto qualche occhiata assassina alla gentile marchesa.
In un altro palchetto, ma della prima fila, era la bella figlia di Polissena (matre pulchra filia pulchrior), la contessa Elena Malatesti. La madre aveva la società più grave, oramai, la più autorevole, e la più monumentale, senza rinunziare per altro a qualche saggio della più gaia e della più elegante. Ma questa si raccoglieva più volentieri intorno alla figliuola, e vi si aggiungeva altresì la più risonante per tintinnìo di sproni e di sciabole. Cappa e spada, una volta riunite, si dividevano allora; gli uomini di cappa si volgevano naturalmente alla madre; gli uomini di spada alla figlia.